Tanto dolore, qualche speranza / 16 Luglio 2018 in Sotto il burqa

Dopo le esperienze insieme a Tomm Moore (The Secret of Kells, Song of the Sea), l’animatrice e regista irlandese Nora Twomey ha deciso di “correre da sola” (co-prodotta da Angelina Jolie) con Sotto il burqa (The Breadwinner), film d’animazione tratto dall’omonimo romanzo di Deborah Ellis (2000). Il film, candidato ai Globes e agli Oscar 2018, è stato premiato dalla Giuria e dal Pubblico al recente festival di Annecy.

Ambientata presumibilmente nel 2001, subito dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti (“Sta per iniziare una nuova guerra”), la storia è dolorosissima, molto realistica nonostante l’uso dell’animazione e di una stilizzazione estetica solo apparentemente semplice e non risparmia al pubblico momenti di vera angoscia (es. gli atti di follia del giovane talebano, il rischio tangibile che donne e bambini muoiano di fame, la violenza degli integralisti, ecc.).
Al di là della presenza degli aerei militari in cielo e un vago richiamo a un’imminente e indefinita minaccia bellica con armi moderne, la vicenda è assolutamente atemporale e ferisce profondamente proprio per il senso di ineluttabilità e di immobilità (culturale, sociale) che sembra pervadere il contesto in cui si svolge.
L’arrivo degli aerei stranieri nei cieli di Kabul mi ha ricordato uno degli episodi del film antologico 11 settembre 2001: in Iran, il segmento diretto da Samira Makhmalbaf, una maestra tenta di spiegare a un gruppo di bambini, esuli afghani, cosa è accaduto a migliaia di chilometri da loro e prova a farli stare un minuto in silenzio in memoria delle vittime, ma gli allievi non afferrano un concetto così intangibile, c’è altro a cui pensare, ci sono morti più vicini, l’esilio, la polvere, la fame e, semmai, il sentore di un nuovo guaio pronto a incombere sulle loro teste. The Breadwinner mi ha suscitato le stesse sensazioni. La famiglia protagonista e i vari comprimari hanno problemi serissimi a cui far fronte quotidianamente: un nuovo conflitto armato, a cui sono totalmente estranei e a cui non hanno la possibilità di opporsi in alcun modo se non (r)esistendo, è solo una terribile preoccupazione in più, una nuova fonte di miseria e paura, un’emozione che sottende ogni gesto e ogni parola.

Giunti al termine del film, si tira un mezzo sospiro di sollievo, ma il finale doppiamente aperto è un mero palliativo. In The Breadwinner, c’è sentore di speranza (è questo afflato a muovere Parvana alla ricerca del padre, è l’idea di potersi costruire un futuro diverso e migliore, su misura, a spingere Shauzia a lavorare duramente), ma, per quel che mi riguarda, ha prevalso il dolore.
Nel complesso, il film della Twomey è molto efficace, anche se l’inserto fiabesco non mi è sembrato del tutto convincente, né del tutto pertinente, e troppo slegato dal filone narrativo principale.
Ho trovato interessante, però, l’uso di diversi metodi di animazione e l’adozione di differenti scelte estetiche per separare i segmenti del film (narrazione orale e plot cinematografico), già usati con efficacia anche in altre recenti produzioni animate (https://www.nientepopcorn.it/notizie/prossimamente-al-cinema/anomalisa-3-film-animazione-per-pubblico-adulto-36939/), fra cui The Prophet a cui, non a caso, ha lavorato anche Moore.

Nota a latere: somaticamente, con quegli occhi verdi grandissimi e profondi, che, da soli, raccontano interi mondi, la protagonista, la piccola Parvana, è chiaramente ricalcata sulla fisionomia della celebre ragazza afghana fotografata da McCurry (ho visto che la Mondadori ha pubblicato il romanzo della Ellis, usando in copertina proprio un ritratto di quella bambina).
Ulteriore nota: trovo che il titolo italiano (di libro e film) sia inutilmente didascalico. In inglese, The Breadwinner è colui che sostiene la propria famiglia (portando, letteralmente, il pane –bread– a casa) ed è semplicemente questo che fa Parvana.

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