Recensione su La banda

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13 aprile 2011

E’ un film molto tenero, molto dolce.
Mette in campo l’incontro fra due culture che si vorrebbero ostili, ma solo in un accenno, nel pieno nulla israeliano, viene sottolineato che la banda sperduta sia poi di religione diversa rispetto agli abitanti che li accolgono.
Gli otto musicisti incontrano quindi un gruppo di persone avvolte in una densa solitudine, nel deserto israeliano e sono loro, gli egiziani, che vengono da una metropoli, che per mezzo del seduttore del gruppo riescono a indurre un ragazzo molto timido a farsi avanti con una ragazza; è il direttore della banda che incarna il mito della bellezza cinematografica per la donna che li accoglie; sono loro tutti, quasi dei pifferai magici, a spargere il fascino della musica che cattura tutti stupefacendoli.
Davvero molto dolce , con tutti quanti che sono pervasi da un bisogno di amore, tra aspirazioni disilluse, colpe che non si riescono a dimenticare e voglia di essere amati e stare insieme. Da citare dunque la gag del ragazzo che aspetta tutte le sere, imperterrito, vicino al telefono pubblico in mezzo ad una strada, che la sua ragazza lo chiami, attendendo uno squillo in una notte che sarà magica e melanconica per tutti. Per un buon tratto del film si crede che sia il matto del paese, con la sua testardaggine cocciuta, ma poi, quando sembra che anche l’evidenza lo mortifichi, quel telefono squillerà per lui regalandogli un profluvio di parole d’amore.

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