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Recensione su The Baby of Mâcon

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27 luglio 2014

Alla corte seicentesca di Cosimo de’ Medici viene recitato il dramma Il bambino di Macon, storia di un bambino nato da una donna vecchia e malata. L’evento sa di miracoloso, e di ciò ne approfitta la sorella, convincendo il popolo di essere la madre nonostante sia ancora vergine.
Artificio teatrale, utilizzo marcato del colore, gioco di luci, pomposità di costumi e di scenografia.
Greenaway porta in scena un barocco fatto di illusioni sceniche, in cui i confini fra pubblico e palcoscenico si mischiano più e più volte in un continuo gioco atto a confondere ciò che dovrebbe essere vero da ciò che invece no. Il tutto fino ai titoli di coda, quando l’intera opera appare in ogni sua parte come una complessa messa in scena.
Un film crudo e violento, di una violenza sia urlata ma non mostrata (la scena dei 200 e passa stupri) sia manifesta (lo smembramento del fanciullo), che utilizza la triste sorte del santo di Macon per lanciare precise accuse alla feroce e insensibile fame di consumismo tipica dei suoi (nostri) tempi.

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