Recensione su Babadook

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Un “horror dell’anima” / 18 luglio 2015 in Babadook

Babadook è un film horror disturbante, un pretesto per raccontare le sofferenze e le ossessioni di una madre, caduta negli orrori della quotidianità. La morte del marito il giorno della nascita del figlio, un lavoro inutile e ripetitivo, rapporti umani insignificanti e fasulli sono le paure che la donna deve affrontare nella sua vita. Non avendo alcuna valvola di sfogo riversa ogni sua ansietà sul bambino incolpandolo della morte del padre e alimentandone l’instabilità emotiva e comportamentale.
La regista australiana riesce perfettamente a riversare la depressione della madre in un mostro: Babadook protagonista di un insolito libro; frutto, probabilmente, della sua stessa fantasia, in quanto ex scrittrice di libri per bambini. Un film australiano completamente diverso da ciò a cui siamo abituati (vedi Mad Max, The Rover). La vicenda si svolge quasi totalmente all’interno di quattro mura, abbandonando le riprese esterne di un continente post apocalittico. Per di più si tratta di un horror che riesce ad incutere timore evitando completamente jumps- scare e altri comuni stratagemmi. Riprese fisse e geometriche alimentano lentamente la tensione fino al raggiungimento del picco massimo senza mai superarlo. La paura non è quasi momentanea ma si alimenta con il procedere della storia. Quando gli avvenimenti sembrano sfociare in qualcosa di macabro in realtà non accade nulla; lo spettatore quindi è in costante ansia per tutto il film poiché l’uomo nero è lì nascosto dietro ogni angolo buoi della casa senza tuttavia mostrarsi mai del tutto. Solo attraverso piccoli movimenti di macchina, mentre Babadook cerca di insinuarsi (o rinascere dalla mente della donna), la tensione raggiunge livelli altissimi. Chiari riferimenti a Kubrik nella ricerca maniacale e geometrica delle inquadrature, a Rosemary’baby di Roman Polanski quando palesemente Babadook penetra la madre per impossessarsi di lei, e ai numerosi film horror classici che la madre vede in tv. La fotografia inoltre segue parallelamente la pellicola. Inizialmente cupa e priva i colore per poi cambiare nella parte finale; il ritorno del colore si può associare agli animi ormai distesi dei due protagonisti; come il cambiamento improvviso di alcuni personaggi secondari, prima ripugnanti e sgradevoli.
Un horror “dell’anima” che nel criticatissimo finale conferma ciò che precedentemente viene messo in scena: possiamo riconoscere le nostre paure, affrontarle, conviverci, ma non possiamo mai liberarci di Babadook.

1 commento

  1. Lou Bloom / 11 settembre 2015

    7H3 M4ST3R

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