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Recensione su The Assassination

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26 maggio 2011

Altra mia “vecchia” recensione, per un film intenso passato nelle sale italiane nel 2005 un po’ in sordina.

(…) Il perno su cui ruota il meccanismo del film è indubbiamente l’interpretazione di Sean Penn (…) . La sua è una prova d’attore notevole, spietatamente sofferta, profonda e a tratti spiazzante. Il suo viso intensamente segnato campeggia nel 100% dei fotogrammi: la camera e lo spettatore non lo abbandonano mai, annaspando con lui in una spirale di follia.
Penn interpreta Sam Bicke, l’uomo che tentò di uccidere Nixon. Un individuo tanto onesto ed ingenuo da diventare pericolosamente instabile.
(…) È un individuo pateticamente normale e tristemente anonimo: egli stesso di definisce come un granello di sabbia, nell’immensa spiaggia che è l’America.
Esasperato, inizia a focalizzare i mali della società, associandoli alle sfortune della sua vita: individua nel Presidente degli Stati Uniti la radice di tutti i problemi. Nixon: un individuo che, con spaventosa attualità, mente in maniera spudorata ai suoi elettori. Il miglior venditore d’America, colui che è riuscito a spacciare a centinaia di milioni di persone la stessa menzogna per ben due volte, facendosi rieleggere per un secondo mandato, promettendo il ritiro delle truppe dal Vietnam e spedendo, invece, altra carne al macello una volta reinsediatosi.

La regia dell’esordiente Niels Muller non è indulgente. Scarnifica i sentimenti: perfino le tenerezze di Bicke nei confronti dei figli diventano ridicole, la sua rettitudine ha un’aura ambigua, irrita più che intenerire.
È lampante che a quest’uomo sarebbe bastato ben poco, per non impazzire: solo un po’ di fiducia. Ed una briciola di affetto spassionato. Niente di speciale, ma si tratta pur sempre di merce rara.

Ho trovato molte assonanze col Trevor Bickle (il nome è solo un caso?) di Taxi Driver. In verità, non so se a suo tempo Scorsese si fosse ispirato alla vicenda, ma le affinità sono tante: la stessa allucinazione disperata, anche se generata da mostri diversi; il tentativo di manomettere il sistema; l’incubo del Vietnam sullo sfondo.
Un film pesantemente scomodo, al di là della polemica politica. Una riflessione sulla solitudine e sull’ingovernabilità dell’alienazione.

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