Recensione su The App

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Vuoto totale globale / 2 Gennaio 2020 in The App

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Quando ho visto il trailer di The App, il nuovo film italiano originale Netflix, mi sono detta: “Quant’è brutto. Chissà se il film sarà all’altezza di queste incredibili premesse”.
Lo è, eccome. Anzi, le supera ampiamente.
Suvvia, non bastano due neon à la Refn piazzati sopra qualche pannello in radica per fare di un’idea scritta e sviluppata male un inquietante racconto distopico a tinte psico-horror.

Non so cosa girasse nella testa di Elisa Fuksas e Lucio Pellegrini, quando hanno provato a mischiare ossessioni tecnologiche, estremismi religiosi e fotografia patinata.
Secondo me, erano molto ma molto confusi. E ampiamente tale è il risultato del film.

In The App, manca qualsivoglia tensione narrativa, perché ciò che accade all’interno dei suoi confini è buttato a caso sullo schermo come un lancio di dadi.
L’elemento distopico è blando, anemico, strizza mezzo occhio a Her senza costrutto, senza coglierne mai l’amara ironia e, a dispetto dell’ambientazione futuristica del film di Spike Jonze, l’incredibile contemporaneità.
Il tema religioso, invece, è assolutamente incomprensibile. Il personaggio della tremebonda Greta Scarano, Ofelia, è spinto a forza nella storia, ma non ha ragion d’essere, non influisce in alcun modo sullo sviluppo del racconto e, in realtà, non lo incrocia neppure.
Il parallelismo con la figura di Gesù che il protagonista, Nick (un inguardabile Vincenzo Crea), dovrebbe interpretare nel film per cui è stato scritturato è imbarazzante, nella sua inutilità. E non solo per via del trucco e parrucco scolastici che gli vengono applicati sul volto. La sua crisi personale non ha niente di mistico e, in fondo, non influisce neppure sulla sua visione del mondo. Perché, a conti fatti, a questo tizio non accade nulla.

Ecco, il problema di fondo di The App è questo: non dice niente, né a livello narrativo, né tecnico e artistico. Per l’appunto, questo film è un esempio di totale vuoto artistico.
Per certi versi, mi ha ricordato Melissa P. di Luca Guadagnino. Alla Fuksas, a cui pure riconosco il merito di dare l’impressione di voler coltivare un cinema italiano per qualche verso “sperimentale”, sicuramente di respiro internazionale, perlomeno nei toni, come peraltro fa il suo collega palermitano, non resta che migliorare, come -secondo me, pur con qualche altro passo falso- ha fatto lui.

2 commenti

  1. TraianosLive / 3 Gennaio 2020

    Il primo film di Elisa Fuksas è stato prodotto da Rai cinema e distribuito (chi sa dove) da Fandango e quest’altro da Netflix. Il fatto che sia “la figlia di” non influisce minimamente sulla sua carriera 😀

  2. Stefania / 3 Gennaio 2020

    @traianoslive: il primo film, Nina (2012), l’ho visto passare nei palinsesti Rai (infatti, è disponibile su RaiPlay), ma non ho mai avuto occasione di guardarlo, anche se, per via di alcune immagini incrociate in Rete, mi ha sempre intrigato per via della fotografia e della presenza di Luca Marinelli (che, all’epoca, non era ancora molto noto). Adesso, sono ancora più curiosa di vedere il film d’esordio della Fuksas (funziono al contrario, lo so), perché vorrei rendermi conto se la pochezza dimostrata in questo film è una costante.

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