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Recensione su L'età dell'innocenza

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La segreta violenza dell’alta società / 16 giugno 2015 in L'età dell'innocenza

“Il più violento” dei film di Scorsese – secondo una sua stessa dichiarazione – ha un bello stile italiano, con le aggraziate scenografie di Dante Ferretti e i costumi del premio Oscar Gabriella Pescucci.
Il taglio originale di certe inquadrature genera uno squisito contrasto con l’ambientazione merlettata, scompaginando e deframmentando i rigidi canoni del film di costume; rapidi shots di oggetti e fogli vergati in bella grafia, dissolvenze ai limiti del pacchiano come i passaggi cromatici (dal giallo intrigo al bianco innocente) o l’iris che si stringe isolando acusticamente i protagonisti dal chiacchericcio nel loggione si inseriscono con delicata disinvoltura nel classicissimo plot da feuilleton. Per non citare gli azzardati “videomessaggi” della contessa Olenska o della giovane May. Eppure, è proprio questa soppesasta “licenza cinematografica” a fare la differenza.
Il trio graniticamente “anni ’90” formato da Day-Lewis, la Pfeiffer e la Ryder volteggia senza sbavature, nei confini di una dignitosa performance.

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