2013

L'atto di uccidere

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L'atto di uccidere
L'atto di uccidere

Indonesia, 1965. Un colpo di stato militare depone il governo. I contadini vengono privati delle proprietà, gli intellettuali vengono uccisi. A quasi quarant'anni da quel periodo buio, i killer dell'epoca, oggi uomini benestanti, sono pronti a riproporre davanti alla macchina da presa le proprie efferate gesta.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Jagal
Attori principali: Anwar CongoHerman KotoSyamsul ArifinIbrahim SinikYapto SoerjosoemarnoSafit Pardede, Jusuf Kalla, Adi Zulkadry, Haji Anif, Sakhyan Asmara
Regia: Joshua Oppenheimer, Christine Cynn
Fotografia: Lars Skree, Carlos Arango De Montis
Produttore: Christine Cynn, Torstein Grude, Werner Herzog, Anne Köhncke, Errol Morris, André Singer, Signe Byrge Sørensen, Joram ten Brink, Bjarte Mørner Tveit, Michael Uwemedimo
Produzione: Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna
Genere: Drammatico, Storia, Documentario
Durata: 115 minuti

Crudo / 27 Novembre 2016 in L'atto di uccidere

Il docu-film è crudo ma non banalmente.
Una scena all’inizio è la chiave di lettura di tutta la pellicola: si prende gente comune e si fa recitare una scena descritta da uno dei gangster che hanno massacrato la gente negli anni 60 per “portare ordine” in Indonesia. La recitazione delle persone è ovviamente esagerata, ma la videocamera si sofferma sulla reazione del gangster, che assiste alla rappresentazione di quello che lui aveva fatto.
Il tutto in una ambientazione da Paradiso steampunk tropicale.
E’ piuttosto lungo (due ore e mezzo) e alcune scene sono fin troppo lunghe. Di certo il messaggio è chiaro e la visione non lascia indifferenti.

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27 Novembre 2013 in L'atto di uccidere

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Documentario atipico, ed assurdo abbastanza, sulla banalità del male. Una lode al cinema dove l’ho visto sottotitolato, che non ha messo i sottotitoli per i primi 7 minuti (cioè fino a quando non sono andato a dirglielo), quelli in cui si spiegava il contesto e di cosa si stava parlando. Poi ho recuperato i miei 7 minuti, però fuck.
Il regista, presente nelle inquadrature, intervista Anwar ed Herman, più altri amici loro ma soprattutto loro, che gli raccontano dei bei tempi in cui massacravano i comunisti, dopo il colpo di stato in Indonesia del ‘65. Ci si divertiva, si usava il filo di ferro per ucciderne tanti e non sporcare di sangue il pavimento. Loro tranquilli, fanno vedere come, convinti di stare fornendo materiale per un film che mostri ai giovani la storia. Dicono che loro erano, e sono gangster, che tradotto significa “uomini liberi” (chissà poi perché). Addirittura passano a mettere in scena, loro stessi, alcune scene, di massacro, tortura, impersonando aguzzini e vittime. Talmente è grande lo scarto di senso, talmente assurda la tranquillità con cui questi simpatici pensionati raccontano vicende terribili, e li vedi, tranquilli in una società che li stima, che quasi è difficile credere a quel che si sta vedendo. Perché la società indonesiana mostrata non ha mai lavato i panni, impiccato i cattivi a testa in giù, e son tutti ancora lì, e c’è una forza paramilitare che si chiama Pancasila e fa quel che gli pare e son fasci da far paura e tutto per loro è normale O_O Anwar ed Herman, il secondo un simpatico cicciozzo che prova pure a farsi eleggere in parlamento, per avere i soldi che vengono dal potere, ti dice tranzollo, sono senza filtro, e solo verso il finale Anwar, cui tocca il ruolo del torturato, riesce ad avere un barlume di coscienza di quel che ha fatto.

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