Recensione su The 9th Life of Louis Drax

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1 novembre 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Louis Drax è un ragazzino con una particolarità. Ogni anno della sua vita è contrassegnato da almeno un incidente potenzialmente mortale. Il giorno del suo nono compleanno, durante un picnic con i genitori, subisce quello che potrebbe essere l’ultimo: precipita da una scogliera che si affaccia sulla baia di San Francisco e quando è ripescato, viene dichiarato morto. Due ore dopo il cuore di Louis riprende a battere in una sala dell’obitorio. Nonostante tutto è sopravvissuto all’ennesimo incidente, ma adesso è in coma profondo e per lui è iniziata quella che potrebbe essere la sua nona strana vita in un mondo onirico, in compagnia di uno strano essere che sembra fatto di fango e alghe. A prendersi cura del bambino, la madre Natalie e il dottor Pascal che sviluppa una certa attrazione, a quanto pare ricambiata, verso la donna. Il padre è invece scomparso dopo l’incidente e la polizia ha il forte sospetto che sia stato proprio lui, dopo un’ennesima lite con la moglie, a causare la caduta di Louis. Strani avvenimenti cominciano però ad accadere, legate forse alla causa di tutti gli incidenti che Louis ha subito nella sua breve vita, alla scomparsa del padre e a come siano veramente andate le cose il giorno dell’incidente. Insolito film per il francese Aja, lontano dai veri e propri bagni di sangue e violenza dei suoi film precedenti (Alta tensione, Piranha 3D, Le colline hanno gli occhi, per esempio), che dirige questo film tratto da un romanzo omonimo della connazionale Liz Jensen. L’adattamento, opera del figlio di Anthony Minghella, Max, è fedele ma a uno spettatore che non ha prima letto il romanzo potrà risultare confuso, mancando a volte dei necessari raccordi per la comprensione di quello che succede sullo schermo. Forse il film mette troppa carne sul fuoco. Dramma medico, dramma famigliare, dramma psicologico, thriller hitchcockiano (si guardi a proposito l’ambientazione della scena cruciale dell’incidente e gli abiti retrò della protagonista), procedural investigativo, un pizzico di sovrannaturale e un onirico mostro di fango (non molto convincente nella sua tutina di lattice), per una storia si complessa, ma che nel romanzo scorreva liscia e senza intoppi fino alla risoluzione del mistero. Un finale drammatico che, come è d’uso a Hollywood, è stemperato e reso più consolatorio nel passaggio dalla cellulosa alla celluloide. Il romanzo è narrato alternativamente da Louis, anche dopo la caduta, e dal dottor Pascal. Il film invece parte con la voce off del ragazzino, sullo stile del film Amabili resti di Peter Jackson, e poi cambia registro diverse volte, dando spazio alla prospettiva dei vari protagonisti, tutti narratori inaffidabili che rendono difficile stabilire la realtà da ciò che è solo immaginato. Il dottore, che si aggira inebetito per tutto il film cercando di capire quello che succede, è stato ringiovanito rispetto al romanzo, così come la madre. La donna di contro non ha il carisma della femme fatale hitchcockiana che voleva richiamare. La scintilla che scatta tra i due è in realtà più intuita che giustificata dall’interpretazione degli attori. La nonna di Louis, interpretata da Barbare Hershey, ha un ruolo ridimensionato rispetto a quello del romanzo. Le scene più convincenti sono quelle che rivelano il rapporto di Louis con il padre, Aaron Paul visto nella serie televisiva Breaking Bad, e quelle degli incontri del ragazzo con lo psicologo (Oliver Platt). A una trama già abbastanza ricca e complicata il film poi aggiunge particolari per giustificare nel medico l’accettazione repentina dell’ipotesi sovrannaturale e per addolcire il finale.

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