Recensione su Terminator

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L’assassino con lo scheletro di ferro / 2 Gennaio 2017 in Terminator

Ci sono film che ho apprezzato al cinema ben prima che iniziasse la mia vera e propria passione cinefila. Sono quei blockbuster di qualità – come Indiana Jones, Ritorno al futuro, All’inseguimento della pietra verde – che ben pochi (me compreso) si ricordano di mettere quando fanno le loro top list; questo vale ancor più per i cosiddetti film di genere, quali ad esempio la fantascienza o l’action, visti i passi da gigante fatti nel reparto degli effetti negli ultimi anni (metro di giudizio da cui si salvano sempre, per fortuna, i cult).
Era il 1984 quando Cameron portò nelle sale Terminator, prodotto cyberpunk che allora fece clamore per l’utilizzo degli effetti speciali. Oggi chiaramente possiamo considerare la camminata finale dell’esoscheletro del cyborg come quella di un vecchio burattino metallico, o notare come i primi piani allo specchio delle celebri sequenze di auto operazioni chirurgiche svelino una inequivocabile maschera di gomma sopra un teschio robotico quasi preistorico. Non aiutano le pettinature e i look così sfacciatamente anniottanta, così come alcuni pezzi della colonna sonora “da walk-man” che rimane comunque vibrante nel sottolineare coi suoi bassi la spietata caccia all’uomo dell’inesorabile macchina semiumana. Ma se siamo in grado di arginare la nostra dipendenza da computer graphic ci godremo un grande film, dove rimane altissimo il coefficente spettacolare; gli inseguimenti in macchina sono tra i più mirabolanti, splendidamente esaltati dalla qualità dell’edizione bluray, di cui evidenzio anche l’incremento qualitativo dell’immagine nelle sequenze di flashback, dove lo scenario post-apocalittico viene screziato dai lampi laser delle macchine assassine.
Troppo commerciale per essere considerato universalmente come un cult – non siamo alle altezze inespugnabili di Blade Runner – Terminator resta un pezzo forte della sci-fi vintage, una delle migliori interpretazioni del colossale Schwarzenegger (forse proprio perchè parla assai poco…), che addirittura giganteggia su due attori non proprio di razza quali Linda Hamilton e Michael Biehn. Tutto è sorretto da una validissima sceneggiatura, scritta con intelligenza dal regista stesso e dall’allora compagna Gale Anne Hurd.

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