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Recensione su Il sapore della ciliegia

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24 marzo 2013

Abbas Kiarostami è uno dei pochissimi artisti a tutto tondo dei nostri tempi. E’ pittore, scultore, fotografo, regista e poeta, ed è considerato una delle personalità artistiche più importanti del ventesimo secolo. Apprezzato e quasi idolatrato da Godard e Moretti, ha rifondato il cinema iraniano, con capolavori come ‘Sotto gli ulivi’ e ‘Close Up’ e con appunto, questo ‘Il sapore della ciliegia’. Che non è certo un film facile. Minimalista fino all’osso, esperimento cinematografico di fantasia ma girato in stile documentario con interviste, in pieno stile puro cinema iraniano, con una fotografia lucida, pochi personaggi e storia girata in un interno, in questo caso, un’automobile. Il film racconta di un uomo, il signor Badii, che gira nella sua automobile per le vie di Teheran. L’uomo cerca una persona che lo aiuti a suicidarsi, poiché ha deciso di mettere fine alla sua triste esistenza, ma ha bisogno di un piccolo aiuto: necessita di una persona che, la mattina dopo, vada in un luogo prefissato, ovvero una buca già scavata, e, nel caso in cui il signor Badii non risponda al richiamo dell’uomo, riempia la buca di terra. Fa salire sulla sua auto tre uomini: due di essi rifiutano, il terzo accetta, ma ha una piccola lezione di vita da impartire all’uomo. Cinema filosofico, basato sulla forza delle parole, giocato su temi quali la solitudine, l’eterna tristezza dell’essere umano e l’isolamento all’interno della società, è uno dei più alti esempi di cinema orientale, da parte di uno degli autori di punta del cinema moderno. ‘Il sapore della ciliegia’ è una conversazione immaginaria, in cui un uomo comune deciso a farla finita, discute di temi quintessenziali con tre figure che rappresentano tre stadi dell’anima umana. Il primo, un soldato iraniano, rappresenta la paura, infatti fugge alla prima occasione, quando scopre il progetto del signor Badii. Il secondo uomo è un seminarista e rappresenta la forza degli ideali, infatti rifiuta poiché il gesto del suicidarsi, nella sua religione è un peccato e i suoi ideali non gli consentono questo atto. Il terzo uomo rappresenta la speranza: è un vecchio assistente in un museo, e accetta, suo malgrado, di aiutare l’uomo che tenta il suicidio, ma non prima di tentare di dissuaderlo, raccontandogli una storia simile alla sua, e impartendogli una verissima lezione di vita. Lo spettatore non sa perchè l’uomo ha deciso di mettere fine alla propria vita, né sa se ci riuscirà, né sa chi sono le persone che salgono sull’auto, realmente. L’auto è un limbo, in cui lo spettatore affronta la vita come viaggio infinito, pieno zeppo di parole vuote che sembrano tenebrosamente piene. Film dall’eleganza incredibile, non un solo esercizio di stile, ma bensì un’opera completa e completamente eterna, lenta ma mai noiosa, filosofica ma mai astratta, triste ma mai avvilita, proprio come la vita. Kiarostami si riconosce non solo per la profonda intelligenza dei dialoghi, ma anche e soprattutto per la cura nella descrizione dei paesaggi, che risaltano all’occhio attento dello spettatore. I film di Kiarostami non sono film mainstream, non sono film per tutti, il suo cinema è un cinema d’autore che sembra avere perso molti estimatori, ma che ancora oggi riesce a farci riflettere e a farsi amare. ‘Il sapore della ciliegia’ forse non è il capolavoro del grandissimo regista iraniano, ma è uno dei punti di sbocco per capire, per quanto possibile, il suo cinema, mai facile e mai facilmente arrivabile. Kiarostami è un filosofo dello schermo, un uomo che riesce con un solo movimento della macchina da presa, a inquadrare ansie, dolori, pensieri e sensazioni dei suoi personaggi, sempre incredibilmente reali. Film pervaso dall’inizio alla fine da un’atmosfera rarefatta, quasi onirica, che lo fanno apparire squisitamente immaginifico, è una riflessione sulla vita di tutti i giorni, e sulle piccole cose che fanno grande l’uomo. Il finale del film è quasi un rovesciamento della medaglia rispetto a quanto visto in precedenza: Kiarostami ci riserva un finale che non spiega niente e non dà significati plausibili, ma gioca sull’allegria e sull’euforia, mentre il resto del film era incentrato su un certo tipo di tristezza e malinconia. Il sapore della ciliegia non è mai stato così dolce.

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