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Recensione su Una locanda a Tokyo

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Il desiderio, il sacrificio, il rimorso. / 28 marzo 2014 in Una locanda a Tokyo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ozu imbastisce un dramma quasi neorealista, con accenti sentimentali, i cui cardini sono essenzialmente quelli del disfacimento morale e della redenzione, sfruttati in maniera alternata, invertita ed incrociata.

Il disoccupato vagabondo, abbandonato dalla moglie, sull’orlo del suicidio, trova un motivo per sorridere quando, trovato un lavoro, sa di poter assicurare un tetto ed un pasto ai propri figli e confida in un nuovo amore.
L’amica che gli offre un ricovero e lo raccomanda per un impiego è, dapprima, compassionevole, poi inflessibile, infine distrutta dal rimorso.
La giovane mamma che finisce per prostituirsi per curare la sua bambina malata passa dalla speranza all’abisso, per riemergere (forse) grazie al sacrificio dell’uomo.

In mezzo a questi adulti sballottati dai marosi di una vita difficile, ci sono tre bambini, incoscienti e maturi, avventati e fiduciosi: la visione ideale dell’infanzia suggerita da Ozu riflette il desiderio dei due genitori che vedono nei loro figli sia il motivo della propria resistenza alle delusioni, sia il ricordo di un passato edulcorato.

Di fondo, il senso del desiderio (si agogna un letto, un piatto di riso, una bottiglia di sake, un lavoro, ecc.) pare essere il motore del racconto e questo, per essere soddisfatto, deve passare per la perdita, anche temporanea di sé, secondo una legge di natura che pare incontrovertibile.
Il sacrificio dell’uomo, anche in questo senso, ha un sapore quasi cristologico, esaltato dalla sua esortazione nei confronti della giovane madre a non vendere più il proprio corpo (praticamente, “Va’ e non peccare più”).
Nella sua ineluttabilità, il film di Ozu si conclude con un afflato positivo che, però, poggia le basi su un discutibile rimorso: difficilmente la ristoratrice, conscia del proprio errore e del fatto che questo ha comportato la condanna alla prigione dell’uomo, non adempierà alla promessa fattagli, perciò i due fratellini, a differenza di quelli di Una tomba per le lucciole di Takahata (lungometraggio animato a cui ho pensato durante tutto il film) hanno un avvenire protetto, forse non pieno d’amore, ma, letteralmente, caldo ed asciutto.

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