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Recensione su Synecdoche, New York

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Sogno o son desto? / 23 giugno 2014 in Synecdoche, New York

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Orpelli visivi e pregevoli cortocircuiti narrativi a parte, questa prima opera da regista di Kaufman è una riuscita e decisamente esaustiva messinscena della (non “sulla”) miseria umana, del malinconico e biasimevole anelito all’unicità, alla specialità, che ciascuno crede di possedere e a cui molti sacrificano la propria esistenza.

Una delle battute più significative del film, non a caso, recita: “(…) E, anche se il mondo va avanti per eoni e eoni, voi rimanete qui soltanto per una frazione di frazione di secondo. La maggior parte del vostro tempo viene passata da morti o da non ancora nati. Ma, mentre siete vivi, aspettate invano sprecando anni per una chiamata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che faccia andare tutto bene. E non arriva mai, o sembra che arrivi, anche se non è così in realtà”.
Se solo ne fosse pienamente consapevole (o, se pure consapevole, non ne avesse paura, tanto da sfuggirle, sviluppando imbarazzanti malattie psicosomatiche), il protagonista avrebbe tra le mani tutto quello che potrebbe regalargli questa parentesi di perfezione mortale, tra cui un’ingente, se non incalcolabile, somma di denaro che egli, guarda caso, decide di investire in un’opera mastodontica ed infinita, nel vano tentativo di rendere la propria insignificante esistenza un modello per chiunque assista alla sua trasposizione in scena.

Come Carax in Holy Motors, tanto per citare un titolo recentemente comparso sui nostri schermi, Kaufman riprende il noto concetto per cui la vita altro non è se non un concitato e buffo arrabattarsi su un palcoscenico, durante il quale vestiamo maschere, interpretiamo ruoli spesso distanti dalla nostra personalità, nella vana ricerca di una soddisfazione personale legata principalmente all’attenzione di terzi (dai genitori ai compagni, ecc.), e lo arricchisce con un nichilismo ben poco consolatorio ed un senso del definitivo che lascia scampo nullo a qualsivoglia velleità da sognatori.
Eppure, questa pellicola è ricca di elementi onirici: dalla ripetitività quasi ossessiva delle dinamiche e delle azioni, alla circoscrizione degli spazi (così simili a quelli di un gioco di ruolo o di un videogame), all’irraggiungibilità di cose e persone, all’incapacità (a livello lessicale) di comprendere o di farsi comprendere (vedi, gli incontri di Caden con i medici), alla mancanza di consapevolezza cronologica… tutti gli elementi che costellano il film, paralleli alla vicenda principale ma costitutivi della stessa, sono impalpabili, relativi, indefiniti, incontrollabili, proprio come gli ingredienti dei sogni.

Non sono stata in grado di afferrare appieno il significato di tutti gli elementi “curiosi” che Kaufman ha inserito nel film: per esempio, non ho compreso l’esistenza della casa perennemente in fiamme di Hazel o il fatto che, nel seminterrato della stessa, vi abitasse il figlio dell’agente immobiliare che gliel’ha venduta (e, soprattutto, perché Kaufman tenesse tanto a mostrare questo dettaglio nonsense); parimenti, mi è oscuro il significato dei ritratti senza volto, quasi mimetizzati con la carta da parati, che campeggiano su alcune pareti, come quelle della cucina, della casa di Caden e Adele.
Però, ho apprezzato moltissimo altri dettagli a cui penso di aver trovato “giustificazione”: su tutti, il fatto che, così come accade regolarmente nella vita reale, taluni personaggi secondari assurgono a ruoli più importanti e viceversa. Nello specifico, Claire (Michelle Williams) scompare per sempre e della figlia avuta con Caden nulla si sa, mentre Millicent /Ellen (bentornata Dianne Wiest) sembra una caratterista senza alcuna rilevanza, eppure, d’un tratto, diviene deus ex machina del lavoro teatrale e, addirittura, coscienza e motore “fisico” di Caden, tanto da poter decretare la sua morte e la fine del film.

Ottime tutte le interpretazioni. Inutile parlare bene di Philip Seymour Hoffman, qui perfetto fantoccio malinconico.

Da vedere.

3 commenti

  1. inchiostro nero / 23 giugno 2014

    Secondo una mia libera interpretazione, i quadri senza volto simboleggiano una sorta di mancata corrispondenza fra aspettativa e realtà, che si delinea in una totale assenza di identità da parte dei personaggi.

  2. Stefania / 26 giugno 2014

    @inchiostro-nero: sì, grosso modo, abbiamo pensato cose simili. Io ho provato a giustificarli più prosaicamente (ma, allo stesso tempo, in maniera più “fantasy”) pensando a “tracce” (di natura involontaria, psichica, quasi sovrannaturale, ecco… non parlo di graffiti o cose simili) lasciate da inquilini precedenti, una sorta di calcomania delle loro vite, a cui ho voluto riallacciare il discorso “le cose/le case restano anche se tu vivi la tua vita e poi muori”. Il fatto che quelle figure, poi, non abbiano un volto e -mi pare- siano sformate nel corpo e negli abiti, mi fa pensare ancora a quel monologo: perché dovrei ricordare il tuo viso e non quello di un’altra persona? Perché tu dovresti essere più speciale di qualcun altro?
    Grazie per il suggerimento, comunque.

    • inchiostro nero / 28 giugno 2014

      Effettivamente la mia analisi non implicava anche aspetti inerenti lo stesso film. Ossia, ho cercato un significato che potesse avere un qualche tipo di riscontro con lo spettatore, omettendo invece che ne avesse per gli stessi personaggi.
      Considerando l’eccentricità Kaufmaniana, credo che tu abbia ragione; soprattutto in virtù del monologo che hai giustamente evidenzato.

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