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Recensione su Synecdoche, New York

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23 giugno 2014

A sei anni dalla release internazionale, arriva nelle sale italiane “Synecdoche, New York”, il primo film da regista di Charlie Kaufman, sceneggiatore premio Oscar e collaboratore di nomi quali Spike Jonze (“Essere John Malkovich”, 1999) e Michel Gondry (“Se mi lasci ti cancello”, 2004). Una pellicola che vede come protagonista il compianto Philip Seymour Hoffman, forse uno dei pochi veri talenti del cinema contemporaneo, capace di connaturata versatilità sensibile, insita in tutti i suoi personaggi, come fu per “Truman Capote – A sangue freddo”, che lo consacrò nella storia della settima arte. La sceneggiatura analizza con un acume rigoroso i temi cardine del lavoro di Kaufman: l’identità indagata e sezionata, la concatenazione creata dall’inconscio tra reale e finzione, fino ad arrivare alla decadenza fisica e spirituale, preminente motivo della pellicola, disseminato e ben incastrato nella narrazione, in un connubio di sogni e speranze che sfociano in piene di rimorsi e sconfortanti rimpianti.

Così è un’esiziale malinconia a permeare tutta la pellicola, reiterata nei tasselli scenici e tecnici, come la bellissima fotografia che si fa mano a mano più torbida. Caden Cotard decide di mettere in scena “il giorno più felice della sua vita”, quello prima della sua morte: sagace metafora della vita, gioca con il titolo stesso del film estrapolando una parte per il tutto (“Synecdoche” è la fusione del termine “sineddoche” e del nome della contea d’ambientazione, Schenectady), di modo da poterlo rivivere nell’idea di continuità. In questo disegno labirintico si inseriscono le sentite interpretazioni delle tre partner, interpretate da Catherine Keener, Samantha Morton e Michelle Williams: donne bellissime che tentano un approccio sano con Caden, il quale però finisce per sabotare ogni intento costruttivo. Il suo corpo è dilaniato da malattie sconosciute e psicosomatiche, i suoi genitori muoiono, le sue relazioni non hanno il successo sperato, ma ogni perdita è soltanto materia in più per la sua arte.

In fondo le audizioni di Caden riguardano se stesso, le sue donne, e gli attori sono la chiave d’analisi e di svolta nei suoi legami, plasmando così una sorta di metacinema che non rinuncia alle innumerevoli storie che Caden ha voglia di raccontare. Dotato di un fascino ipnotico, “Synecdoche, New York” è un destabilizzante turbinio, sommesso ma sincero, come il sentimento del protagonista, a cui lo spettatore è sottoposto. Non è un film girato per riscontrare il favore di tutti gli spettatori, sia chiaro: l’opera di Kaufman si propone (forse volutamente) attraverso un processo di destrutturazione di non facile fruizione, ma infine trova il proprio senso occupando un posto preciso nella memoria, quella del cuore e dell’arte. Consigliabile una seconda visione.

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