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Il diavolo è femmina

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Il diavolo è femmina
Il diavolo è femmina

Per sfuggire alla polizia, Henry Scarlett abbandona la Francia e si trasferisce in Inghilterra insieme a sua figlia, Sylvia. Per evitare di essere riconosciuti, lei decide di travestirsi da uomo e di cambiare il suo nome in Sylvester. Durante il viaggio i due incontrano un avventuriero, Jimmy Monkley, con cui fondano una compagnia di attori girovaghi. Il film è tratto da un romanzo di Compton Mackenzie, La strana vita di Sylvia Scarlett.
schizoidman ha scritto questa trama

Titolo Originale: Sylvia Scarlett
Attori principali: Katharine HepburnCary GrantBrian AherneEdmund GwennNatalie PaleyDennie Moore, Lennox Pawle, Harrold Cheevers, Frank Moran
Regia: George Cukor
Sceneggiatura/Autore: Gladys Unger, John Collier, Mortimer Offner
Colonna sonora: Roy Webb
Fotografia: Joseph H. August
Produttore: Pandro S. Berman
Produzione: Usa
Genere: Commedia, Romantico
Durata: 95 minuti

Ambiguità normalizzata / 18 Aprile 2019 in Il diavolo è femmina

Uno sgurdo contemporaneo si soffermerà in Sylvia Scarlett (usiamo il titolo originale, invece del demenziale titolo italiano) soprattutto sul tema dell’ambiguità sessuale: Katharine Hepburn si traveste da uomo e viene presa da tutti per un ragazzo. Cukor gioca indubbiamente con la curiosità dello spettatore: si noti come rimanda per qualche minuto l’inquadratura piena del viso travisato della Hepburn, riprendendola solo di spalle o in ombra o per brevissimi istanti. E tuttavia il tema – così potenzialmente scabroso – è depotenziato: non tanto perché nessuno scambierebbe mai veramente Katharine Hepburn per un uomo, malgrado l’impegno del truccatore, ma perché l’equivoco rimane sempre abbastanza innocente, a livello di commedia degli equivoci, e soprattutto perché il tomboy – la Hepburn esibisce oltre alla zazzera maschile anche discrete virtù atletiche – si trasforma inopinatamente in ragazza languorosa non appena si imbatte nell’uomo dei suoi sogni, normalizzando così ogni anomalia in deferenza alla propria “autentica” natura. Una cosa curiosa, tuttavia, è come la protagonista sembri talvolta variare ruolo di genere a causa del cambiamento d’abito e non viceversa: costretta a mollare gli abiti femminili rubati e a indossare di nuovo quelli maschili eccola subito spericolatamente alla guida di un’auto.

Per il resto il film non si può dire davvero riuscito (all’epoca fu un fiasco clamoroso). Sembra quasi che Cukor abbia cucito due film diversi assieme: a una prima parte abbastanza tesa, in cui i protagonisti agiscono da truffatori, fa seguito una seconda parte relativamente idillica, in cui i nostri si trasformano in compagnia cantante. Ma la commedia volge poi bruscamente in tragedia, salvo tornare quasi subito su un binario più leggero. A un certo punto – nella scena a casa dei padroni di Maudie – Cukor sembra quasi perdere il controllo del film, con gli attori che si esibiscono in un balletto farsesco abbastanza sgangherato, come se stessero improvvisando senza più direzione.

Katharine Hepburn rimane quasi sempre incantevole sotto qualsiasi travestimento, mentre Cary Grant si trova nella condizione per noi che guardiamo un po’ insolita di non essere protagonista assoluto. Edmund Gwenn (Henry Scarlett) e Dennie Moore (Maudie) sono per lo più insopportabili; Brian Aherne (Michael) è quasi invariabilmente – e improbabilmente – serafico.

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Le storie semplici e originali della vecchia Hollywood / 14 Luglio 2016 in Il diavolo è femmina

Ho sempre pensato che la Hepburn avesse un tratto vagamente mascolino con quel suo profilo ossuto, tale che solo grazie a particolari inquadrature riuscisse a sfoggiare la bellezza del suo luminoso sorriso. Cukor la incornicia qui in un ruolo davvero perfetto, nel quale può esprimere la totalità della sua dotazione scenica apparendo per la maggior parte sotto le mentite spoglie di un ragazzo a fianco di un padre buffonesco e traffichino, interpretato da un magnifico Edmund Gwenn, di uno spigliato truffatore inglese impersonato da un indimenticabile Cary Grant (per quanto mi riguarda, forse il ruolo più indovinato della sua carriera) e di una a-do-ra-bi-le oca giuliva canterina interpretata da Dennie Moore, avvezza ai ruoli di supporto specie nei panni di segretarie o cameriere. Una commedia spiccatamente scespiriana su un sodalizio di mestieranti truffatori in un sottile gioco di schermaglie erotiche e identità sessuale, diretta con finezza da commedia d’alta classe da Cukor che poggia sulle quattro superbe intepretazioni dei protagonisti. La grandezza di storie come questa, indubbiamente figlie del palcoscenico, sta nell’avere un respiro classico, una trama apparentemente semplice che però non sceglie mai le soluzioni più scontate ma arricchisce la narrazione con trovate originali intrise di naturalezza.

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11 Aprile 2011 in Il diavolo è femmina

Il film è bellissimo, e fu un fiasco colossale. La Hepburn si ritirò in teatro per qualche anno, nessuno la faceva più lavorare.
E’ un film che osa, osa nella storia, una commedia davvero particolare, poco divertente nel senso normale del termine, osa nell’ambientazione, una carovana di saltimbanchi dediti al teatro di strada, osa nel romanticismo, lei non ama il lui predestinato, ossia Hepburn non ama Grant, osa nei ruoli, Hepburn maschio per il 90 % del film, Grant sul limitare del cattivo, ambiguo e cattivo come non lo fu mai più (tolto il Sospetto, che per altro è abortito come progetto), osa negli intrecci amorosi, quel padre con compagna/amante giovane.
E’ da vedere, dunque.

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