2018

Suspiria

/ 20186.678 voti
Suspiria
Suspiria

Berlino, 1977. Susie, una giovane ballerina americana, si trasferisce in Germania per diventare allieva di Madame Blanc, direttrice di una rinomata compagnia di danza. La ragazza scopre che l'istituto nasconde terribili segreti.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Suspiria
Attori principali: Dakota JohnsonTilda SwintonMia GothAngela WinklerIngrid CavenElena Fokina, Sylvie Testud, Renée Soutendijk, Christine Leboutte, Małgorzata Bela, Fabrizia Sacchi, Jessica Harper, Chloë Grace Moretz, Jessica Batut, Alek Wek, Vincenza Modica, Vanda Capriolo, Brigitte Cuvelier, Gala Moody, Anne-Lise Brevers, Sara Sguotti, Halla Thordardottir, Olivia Ancona, Marjolaine Uscotti, Sharon Campbell, Elfriede Hock, Iaia Ferri, Clémentine Houdart, Charo Calvo, Stephanie McMann, Majon van der Schot, Maria Bregianni, Josepha Madoki, Navala Chaudhari, Karina El Amrani, Doris Hick, Mikael Olsson, Fred Kelemen, Greta Bohacek, Joel-Dennis Bienstock
Regia: Luca Guadagnino
Sceneggiatura/Autore: David Kajganich
Colonna sonora: Thom Yorke, Thom Yorke
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
Costumi: Giulia Piersanti, Marco Alzari
Produttore: Paul Deason, Luca Guadagnino, Carlo Antonelli, Brad Fischer, David Kajganich, Francesco Melzi d'Eril, Marco Morabito, Gabriele Moratti, Stella Savino, William Sherak, James Vanderbilt, Silvia Venturini Fendi, Massimiliano Violante
Produzione: Italia, Usa
Genere: Thriller, Horror
Durata: 152 minuti

M / 24 Maggio 2019 in Suspiria

Lo stesso Dario Argento ha definito il “Suspiria” di Luca Guadagnino non un remake ma un’altra «versione dei fatti» rispetto all’originale. La fiaba gotica e iperespressionista del regista romano è a tutti gli effetti un ufo la cui orbita rimane unica, non intercettabile e non replicabile. Piuttosto, l’operazione di Guadagnino è equiparabile ad un nuovo allestimento teatrale di un testo pre-esistente o, per rimanere nell’ambito cinematografico, ad un’idea di ricorsività e di riadattamento dello stesso soggetto che appartiene più che altri al cinema orientale (senza dimenticare, però, le infinite varianti, guardacaso tutte orrifiche, del mito di Faust, di Dorian Gray, di Dracula o di Frankenstein). Per esempio, quante differenti versioni esistono della storia dei quarantasette ronin, di Musashi Miyamoto, di Yuki no-jo o, per spostarci dal Giappone alla Cina, della leggenda degli amanti farfalla? Si può in fondo sostenere che, nella storia del cinema, il dittico bifronte di Suspiria è veramente comparabile solamente alle due versioni della pratica dell’Ubasute raccontate da Keisuke Kinoshita, prima, e da Shōhei Imamura, poi, rispettivamente ne “La leggenda di Narayama” (1958) e “La ballata di Narayama” (1983).
Se Argento, come Kinoshita, adotta una messinscena profondamente anti-naturalistica, dominata dai contrasti tra colori puri e da una macchina da presa lanciata allo scoperta di uno spazio-set teatrale, lungo vettori totalmente astratti da qualunque forma di realtà, Guadagnino, come Imamura, rinuncia a quest’economia di segni, ricorre ad una palette cromatica desaturata, trasforma l’ambiente astratto e onirico dell’originale in un paesaggio dell’orrore concreto e ipermaterico. I rossi, i gialli e i blu accesi e brillanti del “Suspiria” originale si compattano intorno ai grigio ardesia e ai marroni di Balthus. L’accademia di Danza dove si svolge la maggior parte dell’azione non è più una sorta di castello nero, uno spazio del possibile che sfugge ad ogni consequenzialità logica e rinsalda il connubio mitologico di paura e desiderio, ma una prigione di specchi claustrofobica e inquietante, dove la storia, letteralmente, si riflette in uno spazio oscuro che sembra volerla negare e riscrivere.
Il “Suspiria” di Argento, di fatto, è sussunto all’interno di un meccanismo che sfrutta lo spunto originale come una sorta di canovaccio su cui poi costruire una nuova storia capace di prendere differenti svolte e inedite direzioni, di prevedere ulteriori intrecci fino a ribaltarne l’assunto. Col risultato, quasi, di dimenticarsi del punto di partenza. Così, l’arrivo di Susie Bannion (allora interpretata da Jessica Harper, oggi dalla splendida fulva dagli occhi di ghiaccio Dakota Johnson) in un’Accademia di Danza tedesca (là era Friburgo, qui è Berlino) che si rivela una conventicola di streghe guidate dalla figura misteriosa e temibile della Mater Suspiriorum (una delle “Tre madri” della mitologia elaborata da Thomas De Quincey in “Suspiria de profundis”) è il punto di partenza di due film che proseguono lungo traiettorie ben diverse. Tanto controllato nelle sue rigide geometrie Art Noveau, tanto perfettamente pianificato appare il girotondo gotico dell’originale, quanto centrifuga e irrequieta, frammentaria e sbilanciata (il primo montaggio pare durasse ben quattro ore), ritmata dal meraviglioso fraseggio alla Arcalli del montatore Walter Fasano è la versione di Guadagnino. In particolare, però, sono due gli aspetti che distanziano il “Suspiria” di Guadagnino dal “Suspiria” di Argento: da una parte, il rapporto più diretto che instaura con la memoria e con la Storia; dall’altra l’esito del percorso che coinvolge la protagonista.
La Susie di Dakota Johnson non solo scopre l’orrore quale snodo inevitabile del passaggio definitivo all’età adulta, dove i traumi individuali (è cresciuta in una famiglia mennonita, rigida ed inflessibile, bigotta e violenta) si saldano alle cicatrici della Storia. Non solo sperimenta, attraverso il tramite in qualche modo medianico della danza, una sorta di possessione che ne modifica la percezione del mondo. È anche, e soprattutto, protagonista di un viaggio alla scoperta di un potere straordinario e nascosto dentro di sé, capace di ribaltare ogni gerarchia (di pensiero?) e trasformarla da figura senza storia a nuovo leader (la Mater Suspiriorum) di una sorta di società dentro la società. Ovviamente, più che un aggancio ad un movimento neo-femminista come il #MeToo, il regista vede, attraverso Susie, una sorta di aggiornamento, ancorché cupo, orrifico e oscuro, dei caratteri di molte eroine fassbinderiane. Dice Guadagnino: ”La sua capacità [di Fassbinder] di osservare e rappresentare le donne, sempre a livello tridimensionale, ha influenzato molto il mio cinema e questo film in modo particolare. Fassbinder è stato un grande maestro della crudeltà. Ha creato personaggi femminili incredibili insieme alle sue magnifiche interpreti”.
Il dato più interessante del percorso di Susie Bannion, però, sono gli interrogativi che esso suscita: il Male della Storia è destinato a riverberare per sempre all’interno dei singoli? Oppure è l’uomo che coltiva dentro di sé una sorta di Male ancestrale, pre-storico, destinato a riproporsi ciclicamente attraverso rituali di violenza che segnano, per l’appunto, l’incedere delle diverse epoche, qui simboleggiato dal bagno di sangue attraverso cui si consuma la “presa di potere” da parte di Susie? Il film sembra muoversi, ambiguamente, tra questi due estremi, mettendo in scena una sorta di “rituale in un tempo trasfigurato” dove la violenza del mondo si scolpisce direttamente sulla carne e sul corpo.
E riprendendo il tema storico, Argento esiliava la Storia (e i suoi mali) nel fuoricampo, trasformandola in una sorta di cupo presagio di morte. Guadagnino, invece, sceglie una prospettiva complementare e opposta. Tutto il suo film, infatti, si propone come una sorta di lungo inseguimento ad una memoria storica intermittente, immaginario spettrale (non è un caso che lo psichiatra Josef Klemperer – interpretato da una splendida Tilda Swinton en travesti e accreditata con lo pseudonimo di Lutz Ebersdorf – venga irretito dall’apparizione fantasmatica della moglie morta in campo di concentramento) che pure si ripercuote sempre, inevitabilmente, su ogni presente.
In fondo, la presenza tangibile, materiale, della Storia si evidenzia con la scelta di ambientare il film nel 1977. Non solo come malizioso riferimento alla data di uscita film di Argento, ma anche perché l’anno del cosiddetto Autunno Tedesco, marchiato nel sangue dagli attentati terroristici della RAF. Senza contare che la prima frase che si sente pronunciare è l’invocazione di una folla di manifestanti che vorrebbero la liberazione del terrorista Andreas Baader, poi morto in circostanze misteriose nel medesimo ’77.
A trasformare l’horror in una sorta di esperienza politica non è tanto, però, questo riferimento diretto, iperconnotato, a fatti ed eventi storici. Piuttosto, è il modo con cui la storia infetta, letteralmente, personaggi e spettatori come una sorta di fantasia, di allucinazione collettiva. Scritta – ancora una volta – nella carne e nel sangue. E la memoria, il mezzo di conoscenza della storia, è il vero strumento attraverso cui è possibile, per la congrega di streghe, perpetuare il dominio. Prescelta per entrare all’interno dell’esclusivo e nefando enclave di maliarde incantatrici, Susie viene infatti educata attraverso la condivisione di sogni che, da una parte, attingono dalle sue memorie private (le torture subite per mano della madre) e, dall’altra, derivano dalla memoria “collettiva” del coven. Non solo: le streghe, per liberarsi della minaccia costituita dal dottor Klemperer, aprono il velo dell’illusione producendo lo spettro della moglie scomparsa anni addietro (e, in verità, brutalmente assassinata dalle SS in un campo di sterminio). Uno stratagemma che, ancora una volta, trae sostegno dalla doppia articolazione di memoria privata e memoria storica. E non si dimentichi che, una volta divenuta Mater Sospiriorum, Susie cancellerà la memoria “pericolosa” del dottor Klemperer.
Nella sequenza del sabba – la più rischiosa e contestata del film – Guadagnino costruisce una sorta di cerimoniale performativo dove i corpi si muovono in uno stato di transe prolungata mentre si magnifica un rituale di sangue che riscrive le gerarchie del potere. L’incanto ipnotico del sabba perpetua la propria virulenza politica: le streghe di Suspiria utilizzano come armi della propria autodeterminazione politica esattamente le medesime istanze che determinarono per secoli la loro stessa discriminazione. La loro esclusione dalla Storia. E rispondono con un rito macabro, trasgressivo ed espiatorio (la raccapricciante danza di sangue del sabba) alla cerimonia purificatrice del rogo alla quale per secoli furono sottoposte, dopo indicibili torture.

Il film ha molto polarizzato la critica, ma, posto che ha le sue imperfezioni, credo che la maggioranza dei commenti negativi siano legati a due fattori: 1) ci si aspettava un film alla Dario Argento; 2) ci si aspettava un horror. Che il film di Guadagnino sia, come già detto, ben diverso dall’originale è una fortuna (l’inutilità dei remake pedissequi mi lascia sempre perplesso). Sul secondo punto ci sarebbe più da riflettere, ma il punto nodale, a mio parere, è che non si tratti di un horror: semmai di un film fantastico (nel senso di appartenente al genere fantastico): con una sua mistica e una sua politica.
C’è però un elemento fondamentale che smarca il “Suspiria” di Guadagnino dall’immaginario fantastico tradizionale, proiettandolo in un nuovo scenario. Di per sé, il fantastico rende il confine tra reale e sovrannaturale del tutto indecidibile, impossibilitando qualunque attribuzione del principio di realtà agli eventi più arcani, agghiaccianti e paurosi. Guadagnino invece, riflettendo sull’orrore della Storia, non ripristina l’ordine razionale né sbiadisce i confini della rappresentazione. La focalizzazione non è instabile (sogno? realtà? allucinazione?) come da tradizione fantastica: nessuno, vedendo il film, può mettere in dubbio lo statuto di quanto si vede sullo schermo. Lo spettatore non è più chiamato ad interpretare quanto ha davanti ma invitato ad una partecipazione che, attraverso la continua sollecitazione sensoriale (in un crescendo che può diventare anche respingente e repulsivo), costruisca una comunione emotiva e percettiva con il testo.
L’operazione può legittimamente insospettire o irritare, deliziare o sconcertare, essere amata o odiata, ma fa macchia nel cinema contemporaneo proprio per come invita ciascuno a posizionarsi, riflettendo sulla natura di quanto rappresentato sullo schermo. Mettendo in gioco la propria conoscenza e le proprie opinioni sulla realtà e sul mondo.

Leggi tutto

Mater Ciofecarum / 22 Gennaio 2019 in Suspiria

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

L’intuizione di Guadagnino si è rivelata giusta: ampliare la lista era quel che serviva.
Diamo il benvenuto a Mater Ciofecarum!
Non che nutrissimo chissà quali aspettative. Anzi, per una sorta di presentimento, già fiutavamo il fattaccio. Ma speravamo anche di poterci ricredere, almeno un minimo. Il trailer ci aveva comunque incuriosito. E invece no.
Senza dilungarci oltre, diremo subito cosa ci è piaciuto di questo film. Che è davvero poco: il montaggio alternato, efficace in qualche passaggio, e i costumi indossati durante le coreografie di ballo. Il resto, in tutta onestà, vada alle ortiche.
A cominciare dal trucco, di una goffaggine imbarazzante, e ancor più indifendibile se si considera quanto il make-up sia cruciale nel genere horror e quale attenzione esiga di solito. Eppure i picchi di sciatteria sono frequenti: tolta la scena di contorsionismo voodoo, l’unica davvero riuscita, nella maggior parte delle sequenze il ridicolo è in agguato, ottenendo di farci sghignazzare in sala insieme ad altri spettatori. Perché Tilda Swinton si metta a interpretare tre ruoli, in effetti, è un mistero. Provocazione o divertissement? Vezzo attoriale o narcisismo del regista? Non si capisce. L’abilità camaleontica di Tilda è cosa nota, ma un conto è truccarla da vecchia nobildonna, ad esempio in “Grand Budapest Hotel”, per pochi minuti, e poi farla morire; un altro è tenerla sullo schermo imbacuccata per oltre due ore. Fatto sta che, nei panni dell’anziano psicoanalista, l’attrice britannica ricorda fin troppo la fisionomia di Ruggero De Ceglie, e la situazione non migliora quando ad essere rappresentata è la marcescente Helena Markos, inglobata dentro una protesi grottesca, a metà tra Jabba the Hutt ed un budino ammuffito, con esiti tragicomici sulla serietà della scena. E cioè, manco a farlo apposta, nel momento di massimo climax che meno dovrebbe correre rischi.
Né si salva l’ambientazione. Il contesto storico, come sempre in Guadagnino, è del tutto artificioso, sovrimpresso a fatica pur di conferire alla storia un’aria falsamente impegnata. Pensiamo non solo alla Berlino degli anni Settanta, ma anche ai vari rimandi al Nazismo e alla Shoah: riferimenti i quali, tracciati con svogliatezza, non si amalgamano mai alla vicenda, e rasentano nei dialoghi la più patetica banalità. Dopo “Chiamami col tuo nome”, dove le sottolineature politiche a Craxi e al Pentapartito parevano fatte da un bambino che avesse origliato i discorsi del padre, Guadagnino si conferma essere un autore borghese che ama riempirsi la bocca di eventi storici di cui pare abbia letto un riassunto su qualche giornale scandalistico, magari prima di entrare dal dentista.
Anche il commento musicale manca della giusta oscurità, risolvendosi in una nenia eterea, dolciastra, e in definitiva trascurabile, che avrebbe meritato una maggiore ricercatezza compositiva. Thom Yorke sceglie di rimanere fedele a se stesso, e di portare avanti la sua consueta identità sonora – scelta di per sé lodevole. Peccato che, così facendo, scriva una melodia per lo più noiosa, totalmente fuori contesto.
Il problema principale, d’altronde, è che la storia sembra non sapere nemmeno a quale linguaggio appigliarsi. Mentre la virtù del “Suspiria” originale era quella di mettere in scena una fiaba nera, nella quale le ballerine somigliavano a fanciulle imprigionate dentro un castello gotico, con assoluta coerenza iconografica e narrativa, qui invece l’atmosfera viene sacrificata in nome di uno scopo apparentemente ideologico. Si finge di ritrarre una comune di streghe femministe, con le sue gerarchie e la sua lotta per la sopravvivenza; si sfiorano tematiche di rivalsa matriarcale, di emancipazione e libertà sessuale. Ma una tale ideologia svela comunque la sua inconsistenza, poiché il film non ha il coraggio di andare in fondo a nulla, lasciando in sospeso qualsiasi percorso e galleggiando in una zona intermedia priva di sostanza. Si parla di satanismo, si mostrano torture e rituali, ma siccome l’intrigo è già stato svelato a pochi minuti dall’inizio, non si può mai dire che aleggi il mistero; e nemmeno c’è orrore, se non nel sabba posticcio, quando la regia sembra confusamente passare di mano da Guadagnino a Robert Rodriguez. Allo stesso tempo, non si condensa lo spirito di una critica, né fuoriesce una metafora storica, in altre parole non c’è un briciolo di originalità, e ci si limita a spolverare, a ricalcare, a simulare: che sia Polanski o Fassbinder, non ha importanza. Espressione di questa tendenza, l’uso della fotografia, guidato da un principio meccanico d’imitazione, passivo e senz’anima.
Saremmo più clementi, forse, se il film si chiamasse diversamente.
Ed ecco l’errore più grande, segno dell’arroganza e della presuntuosità con cui è stata condotta l’operazione. Guadagnino avrebbe potuto omaggiare il capolavoro di Dario Argento rivendicando l’originalità delle propria riscrittura, e avrebbe potuto farlo cambiando anzitutto il titolo. Invece ha deciso di marcare il rapporto di uguaglianza, per lusinga o per vantaggio commerciale, salvo poi tradire lo spirito e il senso dell’opera originaria. Quale giustificazione ha, nella nuova versione, il rimando ai sospiri, ai rantoli, ai sussurri? Nessuna, se non un legame debolissimo, di totale irrilevanza narrativa. Eppure nella pellicola del ’77 il tessuto sonoro giocava un ruolo fondamentale. Si ricordino le frasi mangiate dalla pioggia, il rumore di scarpe utile a individuare misteriosi passaggi segreti (reinserito a casaccio da Guadagnino), o il respiro agonizzante di Helena Markos, capace di terrorizzare le giovani ballerine pur senza essere mai vista. Niente sopravvive in questo remake mascherato da rivisitazione d’autore.
Dunque ben venga l’allargamento della famiglia stregonesca, e ancora una volta, salutiamo la nuova sorella: Mater Ciofecarum!

Leggi tutto

Una mattonata in pieno petto / 19 Gennaio 2019 in Suspiria

Voglio partire facendo due premesse:
1) Non se ne può più di questi film interminabili che superano le due ore, lo so che ormai è diventata quasi una moda ma non se ne può più davvero, sono snervanti.
2) Non so se sia stato lo stesso Guadagnino o qualcun altro ad aver messo in giro la voce che questo film sia il remake di quello di Argento. Beh, sappiate che non è vero, con il film di Argento questo non ha nulla da spartire, non è un remake ma solo una riscrittura personale, con il film di Dario non c’entra una mazza.
Detto questo passiamo al film in questione. Non conosco Guadagnino, non ho visto “Chiamami con il tuo nome” e quindi vado a sensazione di ciò che mi ha trasmesso: a me sembra un presuntuoso. Con un buon talento ma dotato di una certa arroganza.
Questa sua creatura è una mattonata megagalattica che impiega più di mezz’ora a carburare, dotata di una fotografia poco interessante, con flashback che si mescolano a visioni varie che ti rincogli**iscono e con personaggi che scompaiono, riappaiono e riscompaiono come fantasmi, con un contesto politico buttato lì a caso e con un finale confuso che non sono riuscita a capire forse perché mi trovavo in uno stato di dormiveglia.
Anche il film di Argento è lento ma è un capolavoro, uno dei migliori horror degli ultimi anni, questo è solo il tentativo di emularlo in una personale visione intellettualistica.
Due parole sulla protagonista Dakota Johnson: se ne tornasse pure alle sue lunghe scopate sado-masochiste con Christian Gray, per me non è in grado di fare altro.
In soldoni per me questo “Suspiria” è un tentativo invano da parte di un regista di far suo un cinema che per me non gli appartiene.
Una grandissima delusione. Fossi stata Dario Argento mi sarei fatta pagare i danni morali per aver associato uno dei miei miglior film a questa roba.

Leggi tutto

Buona qualità, ma… / 5 Gennaio 2019 in Suspiria

Il film cerca di mantenere alto il livello di qualità, intingendo qua e la orrori degni di Argento, con scene davvero sconvolgenti (su tutte la morte della ragazza nella sala degli specchi!) e regia e fotografia davvero inquietanti.
Più che un remake mi pare un reboot, un retake che modifica un po’ la storia ma non togliendone il fascino.
Lungo un boato, a quasi mezzanotte stavo svenendo dal sonno!
Ma tutto sommato un bel film, che pur essendo un bel prodotto non arriverà al pari del suo “maestro”.
6,5!

Leggi tutto
inserisci nuova citazione

Non ci sono citazioni.