Recensione su Summer of Sam – Panico a New York

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Summer of Sam – Panico a New York
Regia:

Il peccato di Spike / 6 Giugno 2021 in Summer of Sam – Panico a New York

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Se non erro, Summer of Sam è stato il primo film di Spike Lee a essere ispirato a una storia vera (“se sbaglio, mi corigerete”, cit.). E che storia!

New York, estate infernale del 1977: caldo mortale (nel vero senso della parola), un serial killer -che si fa chiamare Son of Sam- terrorizza la città da circa un anno sparando con la sua .44, un blackout paralizza praticamente tutta la città, incendi, saccheggi, atti di violenza incontrollata si sommano alla “normale” delinquenza metropolitana, crisi economica ed energetica… Altro? Ah beh, c’è anche il lato glamour della questione: la discomusic, Tony Manero, lo Studio 54 e il CBGB.
Che anno, quell’anno.

Il vecchio Spike innesta in questo contesto sulfureo un piccolo mosaico di storie ambientate nel Bronx italoamericano e prova a ricostruire un’epoca e un certo stile di vita.
Ma sbaglia tutto, a partire dal cast.

John Leguizamo parrucchiere italiano sessodipendente? Ancora ancora.
Ben Gazzara boss mafioso da cartolina? Va beh, passi.
Ma Adrien Brody punk (italoamericano) ho faticato proprio a sostenerlo: improponibile, in-credibile, fuori posto (sempre: sia che imbracci la chitarra, sia che faccia lo spogliarello in locali per adulti).

Oltre al casting infelice, anche la caratterizzazione dei personaggi lascia a desiderare. Gli amici di Vinnie (Leguizamo) sono buffi (e pericolosi) guappi del Bronx, ma niente di più (ed è un peccato). Ruby (Jennifer Esposito) scompare strada facendo, non ha nessun peso nell’economia della storia. Dionna (Mira Sorvino) è -forse- il personaggio femminile più intrigante e, dài, la salvo. Il detective Lou (Anthony LaPaglia) non pervenuto. Patti LuPone (la mamma di Richie/Brody) idem. Benché Son of Sam/David Berkowitz (Michael Badalucco, somigliante manco per scherzo al vero squilibrato) non sia il vero tema del film, la sua presenza in scena è sempre didascalica, tanto da risultare imbarazzante (ma il cane che gli parla con la voce di John Turturro lo è ancora di più).

Perfino la colonna sonora straricca di bei pezzi d’epoca è sprecata.
Lee aggiunge il carico a coppe con qualche virtuosismo tecnico, ma ogni scelta di questo tipo, qui, sembra puro edonismo.
Il risultato è un film con diversi passaggi drammatici e qualche spunto più leggero interessanti, ma che, nel complesso, è involontariamente comico.
Per conto mio, un peccato, davvero un peccato, visto anche quanto, di solito, apprezzi il lavoro di Spike Lee.

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