Recensione su Sukiyaki Western Django

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Noodles Western / 27 Marzo 2020 in Sukiyaki Western Django

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Sukiyaki Western Django di per sé il titolo è tutto un programma facendo intuire che il film avrà non poche sfumature trash, e l’inizio difatti non mente. Ad aprire il film ci sarà un insolito Quentin Tarantino nei panni di Piringo, in una scenografia palesemente e volutamente finta, come talvolta si usava fare nei vecchi film di una volta, soprattutto nei western all’italiana, dove le scenografie erano dipinte. Terminato l’incipit che omaggia il western nostrano, il film ha inizio. Sin dai primi fotogrammi si intuisce che la regia, e in special modo la fotografia, sono di un altro livello, subito catturando l’attenzione dello spettatore che ne resta ammaliato. Tuttavia l’assurdità del film si palesa alla stessa velocità: un film ambientato in Giappone con costumi, armi, atteggiamenti da Far West non risulta neanche lontanamente credibile dal punto di vista storico-culturale, così come lo sarebbe se in Occidente si cercasse di emulare la cultura asiatica dei guerrieri samurai; sarebbe una totale assurdità, ma posso capire e perciò accettare che in Oriente si voglia diversificare la proprio cultura mescolandola con quella occidentale, omaggiando il genere western, in particolar modo quello italiano degli spaghetti western (d’altronde dal titolo si fa palese l’omaggio al Django di Corbucci).
Facendo finta che la cultura western arrivi sino al Sol Levante e faccia parte della loro cultura, il film di per sé potrebbe anche funzionare, tuttavia, onestamente, faccio fatica ad accettare quando una serie di stramberie faranno la loro comparsa sullo schermo, a cominciare da un’arma devastante contenuta all’interno di una cassa da morto. Fino all’ultimo ho creduto che al suo interno potesse esserci uno Django zombie che avrebbe incominciato a uccidere tutti, oddio non sarebbe stato così assurdo visto l’andazzo del film, ma forse esce qualcosa di più assurdo a livello storico, come un mitra a canne rotanti moderno, così moderno da poter essere trasportato a mano e non posizionato su un supporto d’appoggio. Oltre questo, certi personaggi sono davvero tosti da uccidere nonostante si spezzino la schiena e gli venga sparato dritti nel cuore. Ebbene sì, lo sceriffo con il disturbo di personalità multiple sarà un codardo, ma è tosto da fare fuori.
E poi c’è lei, l’immancabile comicità fuori luogo e senza senso sempre onnipresente nei film asiatici. Capisco faccia parte della loro cultura ma la trovo sempre così fuori luogo, e qui credo proprio raggiunga l’apice. Suoni da cartone animato dei Looney Tunes accompagnano oggetti che cadono dal cielo e aperture di borsoni delle armi, tanto da lasciarti totalmente esterrefatto guastando l’atmosfera di azione matura che si era venuta a creare. Altra scelta registica insensata e data dalla scena del salto della finestra per finire in monta al cavallo, dove il protagonista viene colto da un fermo immagine e uno zoom a rallentatore e graduale con tanto di effetto sonoro a scatti. Oddio è così difficile da spiegare che bisogna vederlo per capire.
Alla fine il film sembra arrogarsi il diritto di essere un prequel del Django di Corbucci, alludendo al fatto che il piccolo Heiachi si trasferirà in Italia dove verrà conosciuto col nome di Django. Forse sfugge una cosa… Django, il personaggio Django, non è italiano, non è mai stato in Italia e la sua storia si svolge in America, diversi secoli dopo che i fatti di questo film narra.

In conclusione posso dire che questo film è una gioia per gli occhi, con una delle più belle fotografie che abbia mai visto in un film orientale e non; tuttavia sembra che le priorità di Takashi Miike (regista e co-sceneggiatore) e Masa Nakamura (sceneggiatore) non fossero quello di creare un capolavoro che avrebbe scritto un pezzo di storia del cinema, piuttosto sfornare un sukyiaki con troppo zucchero tanto da renderlo immangiabile come quello che il nostro caro Quentin mangerà e sputerà con disgusto durante il film.

Voto: 6, una sufficienza data dall’eccelsa fotografia, un ottima regia non esente da difetti, e una sceneggiatura valida ma con diversi momenti da dimenticare.

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