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Recensione su Sucker Punch

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29 settembre 2014

Lo so, nove stelle vi sembreranno esagerate. Sucker Punch è stato stroncato dalla grande maggioranza dei critici, e anche chi è stato più indulgente non ha mai pensato che fosse un capolavoro. Ma ho la sensazione che il messaggio più profondo del film non sia stato capito. Tutti pensano che la protagonista trasfiguri l’insostenibile realtà del manicomio in un mondo di sua invenzione – non una volta, in effetti, ma due: c’è un ulteriore livello di realtà, che viene raggiunto durante le danze di Babydoll. A questo sembrano alludere una delle battute di apertura: «It’s everyone of us who holds power over the world we create» e Madame Gorski: «You control this world. […] What you are imagining right now, that world you control. That place can be as real as any pain». Ma a quale mondo ci si sta riferendo, esattamente? Se esistono tre livelli di realtà, cosa impedisce che ce ne sia un quarto, *più alto*? Un’allusione è contenuta forse nel siparietto che accompagna i titoli di coda, là dove ritroviamo i sei protagonisti su un diverso, ennesimo palcoscenico; ma l’indizio più importante è nelle battute finali: «And finally this question, the mystery of who’s story it will be. Of who draws the curtain. Who is it that chooses our steps in the dance? Who drives us mad? Lashes us with whips and crowns us with victory when we survive the impossible? Who is it, that does all of these things? Who honors those we love for the very life we live? Who sends monsters to kill us, and at the same time sings that we will never die? Who teaches us what’s real and how to laugh at lies? Who decides why we live and what we’ll die to defend? Who chains us? And who holds the key that can set us free… It’s you. You have all the weapons you need. Now fight!». Qui si parla della vita, non di una fantasia; della vita reale – o meglio, che sembra reale – della vita che è rappresentazione, sogno da noi stessi sognato. Ecco perché l’autista che salva Sweet Pea ha le stesse fattezze del saggio (o del leader) sognato da Babydoll, ed ecco perché l’insegna su cui è scritto «Paradise» superata nel finale dal pullman è stata anticipata più volte nel film con vari riferimenti a un «paradiso» da raggiungere: queste coincidenze sono possibili solo se Sweet Pea e Babydoll sono soltanto i personaggi di un sogno di livello ancora superiore.

Se ho visto bene, il tema reso popolare da Matrix ritorna insomma qui, ma in forma molto più allusiva ed elegante. Il film ovviamente non è perfetto: il cast non è sempre all’altezza (forse con l’eccezione di Jena Malone); in particolare avrei preferito una protagonista meno inquietante di Emily Browning, che non mi è sembrata molto in parte, e i temi dei sogni-danza di Babydoll avrebbero dovuto essere più maturi, più adulti (anche se quello ambientato nelle trincee costituisce un apprezzabile esempio di estetica steampunk). Ma anche così il film vale molto di più di quanto voglia l’opinione comune.

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