Recensione su Suburra

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L’epica didascalica di Sollima / 23 Ottobre 2015 in Suburra

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Eccellente confezione, con un cast particolarmente ispirato (a parer mio, Amendola offre qui una delle migliori interpretazioni della sua carriera).

Purtroppo, per i miei gusti, temo che il film di Sollima pecchi eccessivamente di un elemento a me non particolarmente gradito. Tagliamo la testa al toro: nella sua epica ridondante (ma a suo modo incisiva), Suburra è un film terribilmente didascalico.
Si basa su stereotipi modellati con l’accetta e nulla Sollima fa per instillare il minimo dubbio nella platea: perfino i vari doppiogiochisti di turno sono prevedibili nel loro polimorfismo d’interesse e non vi è alcuna possibilità di provare nessuna forma di empatia nei loro confronti, non solo per il fatto che si tratta di personaggi totalmente negativi e discutibili. Sono semplicemente privi di fascino.
Il politico vizioso che rimbocca le coperte al figlio, dopo una notte di eccessi irrazionali, è la summa di questa linearità narrativa che, a parer mio, penalizza assai una materia molto più ricca, dando troppo di gomito allo spettatore affinché provi semplicemente fastidio per le cose a cui sta assistendo.

Chiaramente, quello di Sollima non è un film d’inchiesta, pur raccontando, romanzandola (non solo per via della matrice letteraria), una realtà (anzi, un recente passato) quantomai familiare.
Piuttosto, si tratta di una versione aggiornata e tendenzialmente più autorevole del poliziottesco d’epoca, non foss’altro che per il richiamo a precisi momenti cardine della storia italiana recente: il tono ridondante del film, sottolineato da un gusto per l’eccesso controllato che ben si esplica negli atteggiamenti rocciosi dei personaggi, nella vendetta finale “dal basso” e nella pioggia torrenziale che sferza Roma nei momenti-chiave della pellicola, rende quasi fumettistica la resa finale del racconto, con una ridondanza quasi milleriana.
Anche per questo, oltre che per la sua qualità tecnica, Suburra è sicuramente un prodotto cinematografico italiano di estrema qualità, una mosca bianca nel panorama attuale nostrano che, ovviamente (e giustamente), approfitta del clima del momento.

Alla luce della seconda prova di Sollima al lungometraggio, comunque, ritengo che il regista romano si esprima meglio sulla lunga distanza, come dimostrano le eccellenti serie tv già dirette (Romanzo criminale e Gomorra), poiché -nonostante il considerevole minutaggio del film- il tempo a disposizione non sembra bastargli per poter definire al meglio personaggi e situazioni. E la discesa finale a rotta di collo, in cui il regista ha compresso molte situazioni (la crisi di governo, per esempio, spunta all’improvviso e quella del papa, nella fretta, non acquisisce alcuno spessore, se non quello metaforico, comunque impalpabile, della fuga della Grazia divina dalla città) dimostra che la forma seriale gli è assai più congeniale, soprattutto per definire con pennellate azzeccate i chiaroscuri morali dei protagonisti.

Bella la fotografia del fido Paolo Carnera che supporta bene la deriva scientemente barocca di Sollima, sfruttando adeguatamente sia i toni pacchiani, porpora e dorati, di talune ambientazioni che quelli oscuri e lividi di altre.
Sonoro in presa diretta discutibile: complici anche gli accenti degli attori, in alcuni momenti diversi dialoghi (perlomeno in sala) risultano al limite dell’incomprensibilità.

2 commenti

  1. Kimi Jaeger / 23 Ottobre 2015

    Credo comunque che la scelta di far provare poca empatia verso i protagonisti sia voluta, anche in Gomorra se guardiamo nessuno fa’ il “tifo” per nessuno mentre in Romanzo Criminale si provava empatia fin da subito coi vari Bufalo,Dandi,Libano e Freddo.In Suburra i personaggi son scritti per essere semplicemente dei criminali senza scrupoli apatici forse il solo Elio Germano e Greta Scarano mostrano quanto meno un po’ di umanità ma neanche tanto poi.

    • Stefania / 23 Ottobre 2015

      @aalchemist: un conto è non voler creare empatia, un conto è non riuscirci e, qui, Sollima (secondo me, sia chiaro 😉 ) non ci riesce. L’empatia si sviluppa anche in senso negativo e nasce l’antipatia: i personaggi di Suburra non ispirano niente di specifico, nella loro monolinearità. In Gomorra, per esempio, Ciro suscita una serie di sentimenti contrastanti come ammirazione (se la cava sempre, è davvero immortale) e repulsione profonda. Nel film, non ho colto vera ambivalenza in personaggi che dovrebbero essere polimorfici non solo a livello di scrittura: sono esclusivamente negativi, ma non sono affascinanti, non c’è (la butto lì) ironia luciferina o alcuno charme peculiare in loro.
      A latere, i personaggi di Germano e della Scarano sono un buon esempio di quel didascalismo di cui parlo: l’arrivista e la escort fanno tutto ciò che i loro topoi prevedono, senza scarti. Unico colpo di scena: pensavo che lei, alla fine delle fini, ci avrebbe rimesso la pelle.

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