Recensione su Suburra

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Gomorra alla romana / 9 settembre 2017 in Suburra

Sollima descrive una Roma “pirandelliana”, fatta di tanti personaggi e pochi individui.
L’autore romano vuole mostrare la realtà delle istituzioni, sempre più vacue, in contrasto con l’apparente sacralità di quest’ultime, il tutto scoperto (un po’ come il velo di Maya di Schopenhauer) dall’apatia emotiva del presente.
Tutti sperano in un futuro migliore, dimenticando le nefandezze dell’oggi.
L’utopica purezza dei ruoli sociali, “manifesta” da un presente-assente, è vista dal regista di Gomorra come una “gabbia” dal quale, in un modo o nell’altro, ogni personaggio tenta di fuggire (mediante plurime personalità, Malgradi, oppure abbandonando il suo ruolo sociale, il Papa).
E’ quindi la mancanza di sentimenti il più grande dramma del nostro mondo?
La cinicità che caratterizza tutto il film, non risparmiando nessuno da giudizi negativi seppur necessari, tuttavia viene persa azzardando una fine audace, “la riscossa degli oppressi”, che distrugge quanto di buono fatto prima. Peccato.

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