Recensione su Cane di paglia

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La violenza secondo Peckinpah / 8 Aprile 2016 in Cane di paglia

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Per il suo primo lungometraggio non-western, Peckinpah si trasferisce in Inghilterra (nella meravigliosa Cornovaglia), come se avesse avuto bisogno di cambiare aria per modificare il suo approccio fino a quel momento monolitico ai generi cinematografici.
Non cambia tuttavia il tema principale, quello fortemente peckinpahiano della violenza, che insieme al tema sessuale e a quello del loser, del protagonista-perdente, forma un trittico che racchiude in una sola pellicola tre degli argomenti principali del cinema della New Hollywood.
Già solo per questo aspetto Straw Dogs è di importanza fondamentale nella cinematografia anni Settanta e, ovviamente, in quella del regista californiano, all’interno della quale si colloca come film per certi versi anomalo ma per altri sostanzialmente in linea quantomeno con il carattere delle altre sue pellicole.
Il tema sessuale emerge fin dall’apertura, con l’insistenza della macchina da presa sui seni di una affascinante Susan George, nascosti da un maglioncino che lascia poco all’immaginazione. Altre scene indubbiamente audaci per l’epoca (tra cui quella della partita a scacchi) anticipano la potente sequenza dello stupro, di grosso impatto emotivo sullo spettatore anche per l’ambiguità con cui Amy gestisce, almeno inizialmente, ciò che le sta accadendo. In tale sequenza Peckinpah si sbizzarrisce con un montaggio frenetico e per certi versi fuori controllo: fotogrammi subliminali, lo stacco ripetuto su David che aspetta come un pollo in mezzo alla campagna. La parte dello stupro fu allora pesantemente censurata in alcuni Paesi, tra cui, ovviamente, l’Italia, facendo perdere al pubblico questo fondamentale ed originale esercizio di montaggio moderno.
Vi è poi, come detto, la caratterizzazione da loser di un Dustin Hoffman superlativo: il suo personaggio, il professor David Sumner, è l’emblema della viltà; un uomo che non riesce a far valere le sue ragioni, rinunciandovi in partenza. Emblematico il modo in cui tale personaggio viene presentato fin dalla prima sequenza, quella del bar: David entra, si soffia il naso impacciato (e qui sarebbe curiosa una ricerca su quanti attori protagonisti si erano soffiati il naso in un film hollywoodiano classico), discute con un burbero avventore con il quale smentisce subito l’affermazione che aveva fatto poco prima (il fatto che l’uomo che gli stava aggiustando l’autorimessa stesse facendo un brutto lavoro). È un uomo apparentemente senza dignità, ma che dimostra, con alcuni scatti di stizza (quelli con il gatto), di avere un comportamento almeno potenzialmente violento, sebbene represso.
Con ciò Peckinpah vuole affermare la sua teoria secondo cui nessuno si può dire completamente estraneo alla violenza. Tutti coltivano una violenza quanto meno latente. Non esiste alcun cane di paglia, esiste un limite che a un certo punto può essere superato, scatenando le più profonde bassezze e i più repressi istinti di cui l’uomo è innatamente capace.
La violenza, dunque, tema fondamentale, in generale, nella cinematografia di Peckinpah, ma che in Cane di paglia trova una sorta di teorizzazione.
Quella violenza che fino a cinque anni prima era decisamente un tabù a Hollywood e che era stata sdoganata in modo prepotente al grande pubblico dal Bonnie & Clyde (Gangster Story) di Arthur Penn (1967). Il codice di autocensura dei produttori americani (codice Hays) era stato accantonato soltanto un anno prima (1966) ed ecco esplodere quelle scene di violenza che invece nei film di altri Paesi (ad esempio negli spaghetti western di Sergio Leone) erano già patrimonio consolidato.
Significativa, in tal senso, la battuta che gli sceneggiatori mettono in bocca al protagonista, che risponde ad uno degli abitanti del posto che gli sta chiedendo conto degli scontri avvenuti in America e di cui è giunta notizia oltreoceano:

Ha visto scene di violenza?
Solo nei film europei.

È quanto meno curioso che i due film che in assoluto affrontano in modo più controverso il tema della violenza siano entrambi del 1971 e girati in Inghilterra da registi americani (oltre a Cane di paglia, il riferimento va, ovviamente, all’Arancia Meccanica di Kubrick).
L’unico punto della pellicola che lascia perplessi è quel breve dialogo tra David e il reverendo del villaggio, in cui, con poche battute che paiono frettolosamente abbozzate (sebbene apparentemente forti), si cerca di introdurre anche il tema religioso, in modo tuttavia inutile e, in ogni caso, con risultato insoddisfacente. Ma è davvero l’unico neo di un film assolutamente memorabile e ancora oggi molto attuale, per stile e contenuti.

6 commenti

  1. Jack / 8 Aprile 2016

    @hartman Bella recensione, vedo che dai (come sempre) giustamente molta importanza all’impatto che la pellicola in questione ha avuto sulla storia del cinema. Non mi ricordo di aver visto molti altri film ”disturbanti”, per la messa in scena, come questo ”Cane di paglia”. Forse i migliori Polanski (”Rosemary’s baby” e ”L’inquilino del terzo piano”) mi hanno messo un senso di inquietudine dovuta al degrado e al marciume, soprattutto grazie agli anni in cui sono stati girati, simile a questo film.

  2. hartman / 9 Aprile 2016

    eh sì @jules2517, a me in generale piace contestualizzare i film che vedo (quando è possibile), poi in questo periodo (come ben si vede dal mio muro) mi sto dedicando quasi esclusivamente a pellicole della New Hollywood, di cui ho letto di recente un paio di libri, dopo aver fatto un corso serale che mi ha appassionato molto, anche perchè tenuto da uno che ne capisce parecchio, un critico che ha scritto diversi libri sul cinema americano…
    questo film l’avevo già visto una decina di anni fa, quando ebbi la mia prima ondata tarantinesca e in effetti riguardandolo oggi contestualizzato storicamente – più che tematicamente – l’ho capito meglio e questo fatto dell’essere disturbante, che è indubbiamente vero, mi è pesato meno… sarà che nel frattempo in questi anni ho visto film decisamente più disturbanti di questo (Antichrist, per fare un esempio)…

    • Jack / 9 Aprile 2016

      @hartman Antichrist è probabilmemte il film più disturbante che abbia mai visto, anche se è paradossalmente stato piacevole guardarlo, grazie all’estetica di Trier soprattutto, infatti mi è piaciuto molto.
      ”Cane di paglia” non è di sicuro a questi livelli però è proprio il suo essere anni ’70 che crea una atmosfera malsana e perciò inquietante.

      • hartman / 9 Aprile 2016

        concordo… in effetti per l’epoca tutto il cinema di Peckinpah deve essere stato bello forte, @jules2517, non so se allo stesso livello che antichrist ha avuto al giorno d’oggi, ma qualcosa del genere…

  3. paolodelventosoest / 10 Aprile 2016

    Gran bella recensione per un film che ancora mi manca. Quanto ai film “disturbanti”, nulla è riuscito a trasmettermi un senso di inquietudine anche post visione come Repulsion di Polanski, puro cinema del disagio con il quale io proprio non vado d’accordo… Ma credo sia soggettivo anche questo.

    • hartman / 11 Aprile 2016

      anch’io @paolodelventosoest non vado molto d’accordo con i film che sembrano non voler altro che arrecare disagio allo spettatore… quei film per cui devi necessariamente scendere a compromessi per cercare di dare un giudizio oggettivo… però direi che questo non è uno di quelli…

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