Recensione su Vigilato speciale

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Bunker, Hoffman e tutto quello che serve / 19 Novembre 2019 in Vigilato speciale

Straight Time è un neo-noir del 1978, un film figlio degli anni ’70 con un Dustin Hoffman più che ispirato. Dietro la macchina da presa c’è Ulu Grosbard, nel progetto finisce anche Mann Michael che coi galeotti qualche esperienza l’avrà anche lui (The Jericho Mile sarà infatti dell’anno dopo). Alla base del film c’è il romanzo Come una bestia feroce di Edward Bunker che fa pure un cameo. Nel marzo del 1977 iniziano le riprese di Vigilato speciale. A dirigerle ancora non c’è Ulu Grosbard, ma c’è lo stesso Dustin Hoffman. È la sua prima volta nel ruolo di regista, regia in collaborazione con Michael Mann. La First Artists mette i dindi, gli dà carta bianca ma i fondi a disposizione finiscono subito e dopo alcune settimane di riprese Hoffman annaspa, il materiale girato non lo soddisfa allora chiama Ulu Grosbard, che lo aveva già diretto al cinema.
La trama è semplice: il criminale Max Dembo è uscito di prigione, si è fatto sei anni e attualmente è in libertà vigilata. Una delle condizioni per rimanerci è quella di trovarsi un lavoro, ma Earl Frank suo agente di custodia non va per le leggere. Il Signor Frank gli rende la vita un inferno sebbene Dembo cerchi di rigare dritto. Da qui in avanti la discesa negli inferi, unica alternativa possibile del protagonista nonché territorio conosciuto dal nostro.
Vigilato speciale è un noir più unico che raro, i personaggi principali si muovono in un ambiente fatto di pregiudizi e delusioni. Con gli anni ’70 i protagonisti dei film non erano più semplicemente buoni o cattivi, erano persone e così accade anche in Straight Time dove i criminali prima di essere criminali sono esseri umani e questo fa male perché probabilmente Max Demmo avrebbe rigato dritto se non fosse stato per quello stracciacazzi dell’agente di custodia. E allora in una realtà quotidiana percepita come stretta, Max Demmo precipita nuovamente nel “vizietto” e torna nel giro delle rapine.
A far lui compagnia ci sono Harry Dean Stanton, attore feticcio di John Milius e Sam Peckinpah, e Gary Busey, altro attore feticcio di John Milius. Gary Busey qui fa la parte del padre di famiglia eroinomane che mette nei pasticci il buon Dembo. Tra l’altro nel film c’è anche il figlio di Gary Busey, Jake che ai tempi aveva 7 anni. Boh, a rivederlo mi verrebbe da dire che la redenzione ci sarebbe pure, è il reinserimento a non funzionare. Questo elemento emerge durante un incontro a lume di candele fra Max e la giovanissima Jenny Mercer, è in quest’occasione infatti che Max rivela allo spettatore il suo sentirsi estraneo al mondo. Non ce la fa a reintegrarsi, non ce la fa a vivere in un mondo frenetico e preferisce la vita del carcere. Le parole di Max sembrano uscite da un altro grande film realizzato qualche anno dopo: Koyaanisqatsi, a parte il carcere magari. Ad ogni modo dietro questa roba qui c’è il lavoro di Bunker, la quotidianità secondo Bunker non ha regole, il carcere invece ha il suo codice e le sue regole.
Certo, in alcune sequenze Max/Dustin Hoffman sembra la parodia di un cattivo, un cucciolotto che ti fa un colpo al cuore vederlo co’ quei baffetti ma di cattivi come lui non ne fanno più.
Film crepuscolare, malinconico, con dei disadattati predestinati all’autodistruzione come protagonisti. Classicone da recuperare in questo uggioso Noirvembre.
DonMax

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