Recensione su Starman

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Un Carpenter atipico / 19 febbraio 2017 in Starman

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Starman (1984) è un prodotto atipico nella filmografia del regista John Carpenter, non tanto per il genere di appartenenza, la fantascienza, ma per il fatto che si tratta sostanzialmente di una storia d’amore. Un’opera su commissione prodotta da Michael Douglas, passata di mano in mano prima di approdare al regista, che però svolge a modo suo, risaltando tra i prodotti simili del periodo.
La sonda spaziale Voyager II, nel suo infinito viaggio nel cosmo, incrocia una nave spaziale aliena che ne decifra il messaggio di saluto. Gli alieni, per risposta, mandano sulla Terra un messaggero sotto forma di energia che giunto nei pressi dell’abitazione di una vedova (Karen Allen), prende l’aspetto del defunto marito di lei (Jeff Bridges) attraverso un processo di clonazione.
Alla donna, dopo aver superato il momento di shock dovuto al ritrovarsi davanti ad una copia esatta del marito, l’alieno spiega chi è e che, assolutamente entro tre giorni, deve trovarsi al Meteor Crater, in Arizona, per essere prelevato dall’astronave madre e tornare a casa.
Inizia così per la coppia una corsa contro il tempo attraverso l’America. Lungo il viaggio devono anche fare i conti con una popolazione non sempre amichevole ed esemplare, e contro uomini del governo, interessati a studiare l’alieno.
Alla fine lo starman riuscirà a salire sull’astronave, lasciando però due doni. La donna, infatti, porta in grembo un bimbo, anello di congiunzione tra le due razze e sempre a lei sono affidate delle “sfere della conoscenza” che al momento opportuno il figlio saprà come utilizzare.
Il finale preannunciava un sequel che non fu realizzato cinematograficamente, ma in una serie televisiva dallo stesso titolo, andata in onda tra il 1986 e il 1987, con attori diversi e incentrata sulle vicende del figlio dell’uomo delle stelle.
Il film di Carpenter si pone nel filone della fantascienza “neomistica”, con gli alieni visti come esseri angelici, in voga in quegli anni dopo il successo di film come Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), ET (1982) di Steven Spielberg e come il futuro Cocoon (1985) di Ron Howard.
Se, però, Spielberg trattava l’argomento della meraviglia fanciullesca di ritrovarsi davanti all’incredibile, e Howard quello della vecchiaia e della ritrovata giovinezza, Carpenter invece inserisce il tema della morte e della separazione, tralasciato dai film degli illustri colleghi.
Il sottotesto religioso e messianico è abbastanza chiaro, lo starman è una figura cristologica che fa miracoli (ad esempio la resurrezione del cerbiatto ucciso dai cacciatori) e, analogamente a quello che succede in Terminator (1984), lascia prima di partire il frutto del proprio seme in una donna. Anche i tre giorni, lasso di tempo in cui si svolge l’azione, e la “resurrezione” del marito, rimandano in qualche modo a una lettura evangelica laica.
Non solo un’opera di fantascienza, quindi, ma anche un road movie, un film politico (anche qui, come in altri del regista, il governo fa la parte del cattivo), un western (soprattutto nelle ambientazioni in Arizona) e, soprattutto, un film sentimentale e romantico, con una vena malinconica nel finale, comunque privo del pessimismo tipico del regista.
Povero di effetti special e con una storia non molto originale, il film si ricorda soprattutto per le interpretazioni degli attori, in particolare quella di Bridges, non a caso candidato per la sua performance al Premio Oscar 1985. L’alieno che interpreta magnificamente parla e si muove in modo goffo, è in pratica un bambino nel corpo di un adulto che impara ogni cosa per la prima volta e che spesso non capisce le abitudini dei terrestri.
Carpenter dichiarò, forse ironicamente, di aver realizzato questo film “per chiedere scusa a Hollywood” dopo il flop di La cosa (1982), film accusato di essere stato troppo esplicito, cruento e nichilista e di cui parleremo in seguito. Un film comunque realizzato per necessità economiche che lui stesso ha definito “un film per signorine, in senso buono, ma è una storia d’amore…”.

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