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Recensione su Stargate

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7 agosto 2014

Per quelli della mia generazione, Stargate non può che essere un film assolutamente mitico.
Quelli che, all’uscita del film sul piccolo schermo, ancora non erano teenager ma erano già entrati in età da doppia cifra.
Quelli che avevano ancora la capacità di sognare dei bambini, ma in cui si iniziava ad affacciare un minimo di razionalità e consapevolezza, tipiche degli adulti.
Quelli che non andavano al cinema, perché non vi avevano ancora interesse o perché preferivano giocare a pallone nella piazza del paese.
Quelli che, pertanto, aspettavano le prime tv di canale 5 come eventi epocali, magari col videoregistratore pronto e la mano sul telecomando per mettere in pausa durante le (molte e fastidiose) pubblicità.
Stargate non è sicuramente un film di fantascienza che meriti di essere menzionato nell’olimpo del genere, tutt’altro.
È sempliciotto e ricco di forzature.
È un pot-pourri di classici, che strizza l’occhio a Star Wars, ma anche a Indiana Jones, con l’aggiunta degli onnipresenti United States Marines.
La storia del dottor Jackson (un James Spader dalla mimica e dalla postura simpaticamente goffa), che viene pescato dal nulla per occuparsi di un progetto ultra-segreto, che risolve in poco tempo ciò che altri non erano riusciti a risolvere in anni di lavoro (magari con l’ennesima intuizione pseudo-newtoniana), che riesce a far funzionare uno strumento extraterrestre dopo averlo visto per la prima volta solo da un paio di minuti… ebbene, la storia di Stargate è carina, tutto sommato originale, coinvolgente, ma non di certo adatta a resistere negli annali della cinematografia, e nemmeno, e ci mancherebbe, ad essere accostata a capolavori del genere quali il 2001 di Kubrick o Blade Runner.
È quella fantascienza tout-court, in cui la semplicità di un Urania incontra i milioni di dollari stanziati per gli effetti speciali… una fantascienza che spiega poco o nulla, dando tutto per scontato, senza neanche ambire ad un’interpretazione filosofica.
È fantascienza da botteghino, marchio di fabbrica della premiata coppia Dean Devlin – Roland Emmerich (che proseguiranno su quella strada con Independence day).
Eppure, come dicevo, questo film ha qualcosa di magico per quelli della mia generazione.
O, per lo meno, ha qualcosa di magico per me.
È il film che, a mia memoria, mi ha iniziato al cinema, me ne ha fatto innamorare, così come Baggio mi aveva fatto innamorare del calcio nel 1994, pur tra le lacrime di una finale mondiale gettata via ai rigori.
Facendo leva sull’affascinante tema delle stelle, di altri mondi, degli Egizi, del mistero, mi rapì da (quasi) adolescente iniettandosi nella mia memoria come uno di quei film (soggettivamente) indimenticabili.
E del resto il bello del cinema è proprio questo: che ciò che è destinato all’oblio per molti, può essere mitico, magico agli occhi di altri.

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