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Recensione su Stalker

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22 agosto 2015

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Capolavoro del regista russo Andrej Tarkovskij, Stalker (1979) liberamente tratto dal romanzo “Picnic sul ciglio della strada” (1971) dei fratelli Strugackij. Tarkovskij aveva già realizzato in ambito fantascientifico un altro capolavoro, “Solaris” (Soljaris, URSS 1972), all’epoca strillato equivocamente nei cartelloni come la risposta sovietica al “2001 – Odissea nello spazio” (2001: A Space Odyssey, USA 1968) di Kubrick. All’interno di un territorio rurale, chiamata semplicemente “Zona”, sconvolta da un evento non meglio precisato, forse la caduta di un meteorite o forse il passaggio di un’astronave extraterrestre, si creda esista una “stanza” capace di esaudire qualsiasi desiderio. La zona è interdetta e recintata, perché strane cose accadono al suo interno e molte persone sono scomparse. Solo gli Stalker si avventurano in quel territorio, delle guide che accompagnano chiunque voglia cercare di raggiungere la stanza dei desideri. Il film segue il viaggio di uno di loro nella sua missione di portare all’interno della “Zona” uno scrittore fallito in cerca di ispirazione e un professore spinto dalla curiosità scientifica. Tre personaggi senza nome che sembrano rispondere alla rappresentazione della fede, dell’arte e della scienza, ma che una volta giunti in prossimità della “camera dei desideri”, non hanno il coraggio di entrarvi. Nel finale, lo stalker torna a casa dalla moglie e dalla figlia paralizzata agli arti inferiori, bambina che inizia a mostrare poteri telecinetici, risultato forse del desiderio inconscio captato dalla stanza al padre. Un film dal ritmo lento e ipnotico, fuori da logiche narrative convenzionali, inframmezzato da lunghi discorsi filosofici tra i protagonisti nello scenario di un paesaggio desolato. Una riflessione piena di metafore sulla fede, sulla speranza e sull’uomo messo davanti all’arcano.

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