Recensione su Paura in palcoscenico

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Stage fright / 21 settembre 2015 in Paura in palcoscenico

Girato a Londra, ma appartenente al cosiddetto periodo americano di Hitchcock, Stage Fright è un film notevole per diversi aspetti: in primis per la sceneggiatura, che mantiene un ritmo impeccabile per tutta la durata del film. Una sceneggiatura impreziosita da dialoghi assolutamente avvolgenti, anche se tutto sommato semplici.
È raro trovare un film prettamente dialogico che riesca a tenere così elevato il livello di interesse, per la bellezza di 105 minuti di pellicola. Sorprendente, se si pensa che siamo di fronte ad un film del 1950, quando la concezione del ritmo cinematografico era totalmente differente rispetto ad oggi.
Impeccabile la regia di Hitchcock, che si riserva di scatenare tutta la sua bravura nella scena finale, in cui tutti i nodi vengono al pettine: Eve e Jonathan, nascosti sotto il palcoscenico, hanno il viso illuminato parzialmente e segnato da ombre con cui il regista replica visivamente le loro emozioni.
Una sequenza superlativa, in cui ho visto diversi richiami all’espressionismo tedesco (Murnau soprattutto), in particolare quando Jonathan concepisce la pazza idea di uccidere la persona che tanto lo aveva aiutato, al solo fine di farsi dichiarare folle al processo.
Si comporta egregiamente anche il cast, tra cui spicca una Marlene Dietrich il cui inevitabile declino si avverte soltanto da un punto di vista puramente fisico.
Certo, c’è il tema controverso di quello che si rivelerà un flashback fasullo, che in apertura trae in inganno lo spettatore (il quale però, riflettendo bene, non può negare che detto flashback gli sia stato presentato come una versione di parte).
Ciò non basta, tuttavia, a disconoscere la grandezza di un film che, a mio avviso, è ingiustamente considerato minore nella cinematografia del Maestro del brivido.

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