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Recensione su Tre passi nel delirio

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9 novembre 2014

Tre grandi registi, tre episodi tratti da altrettanti racconti di Edgar Allan Poe.
Roger Vadim dirige Metzengerstein, dall’omonimo racconto gotico del Maestro del terrore. Il barone Frederick di Poe diventa la contessa Federica, ma per il resto la narrazione segue abbastanza fedelmente il racconto originale della faida tra le due casate ungheresi, con l’aggiunta di una velata infatuazione per il rampollo della famiglia avversaria da parte della contessa, la quale, respinta, cercherà la vendetta.
I due fratelli Fonda, Peter e Jane, interpretano discretamente il ruolo dei protagonisti. Per il resto è una trasposizione che di certo non brilla per originalità e invenzione ed anzi, abbassa di molto il livello medio complessivo del film.
Il secondo episodio, William Wilson, è diretto ottimamente da un Louis Malle che trae, dall’omonimo racconto, un corto affascinante e coinvolgente.
Il tema della doppia personalità e dell’allucinazione del sosia vengono trasposti efficacemente in un film che, per il resto, si basa sulla felice interpretazione di Alain Delon, nel ruolo di William Wilson, e di Brigitte Bardot, nel ruolo di Giuseppina, che danno vita alla lunga ma appassionante e memorabile sequenza della partita a carte.
Ma la differenza tra un’ottima regia, quale quella di Malle, e la pura genialità salta subito all’occhio non appena comincia il terzo episodio, diretto da Federico Fellini. Toby Dammit è tratto da “Mai scommettere la testa con il diavolo”, un racconto invero minore di Edgar Allan Poe, che viene completamente stravolto dal regista riminese. Un Fellini maturo, quello del 1968, che aveva già conquistato tre dei quattro oscar che vincerà nella sua carriera, e che, nonostante fosse fermo da circa tre anni, non per questo non dimostrò, anche in questo caso, di essere in evidente stato di grazia.
Il suo Toby Dammit ha innanzitutto una anacronistica ambientazione moderna, che del resto, tuttavia, si adegua a quella frase di Poe che appare in apertura di pellicola e che ricorda come il male esuli da una logica temporale: “Orrore e fatalità hanno imperato in ogni tempo. Perché dunque segnare una data alle storie che devo raccontarvi?” (che poi altro non è che l’incipit del racconto Metzengerstein).
Ma Fellini va ben oltre e di Poe resta ben poco in questo episodio che si rivela più una continua auto-citazione (La dolce vita, 8 e 1/2) che una trasposizione del racconto dell’Autore di Boston (il regista stravolge anche la figura del diavolo, che diventa una inquietante bambina pallida con in mano una palla bianca, che dovrebbe simboleggiare la testa che il protagonista si appresta a perdere).
Il protagonista (quel Toby Dammit il cui nome ricorda un’imprecazione in inglese), interpretato perfettamente da Terence Stamp, è un grande attore inglese, interprete di opere di Shakespeare, invitato in una Roma delirante e macchiettistica per girare uno spaghetti western, con la promessa di esser retribuito con una Ferrari ultimo modello (unico motivo che spinge l’attore a imbarcarsi controvoglia in questa impresa). Ma in realtà Toby è soltanto più un ex attore, ormai dedito all’alcolismo, come dimostra quando viene dapprima intervistato nel corso di un programma tv e quando partecipa poi ad una cerimonia per la consegna di fantomatici premi cinematografici italiani.
Ritirata la Ferrari, Toby, in preda ad un’evidente ubriachezza, inizia a girare a velocità folle per le deserte strade di Cinecittà, popolate soltanto da manichini e scenografie (il suo primo piano nella decappottabile in corsa, con l’aria che gli contrae il volto in una smorfia vagamente compiaciuta, non può non aver ispirato il Kubrick di Arancia meccanica per l’analoga scena con protagonista il drugo Alex).
Riuscito finalmente ad evadere dal labirinto di Cinecittà, Toby ha un brutto incidente in corrispondenza di un ponte crollato, che decide poi, attirato dall’allucinazione del diavolo che lo chiama dalla parte opposta, di provare a saltare con la sua Ferrari (e questa è la parte che più si riconcilia con Poe). Non si avvede però del filo di ferro teso che lo decapiterà brutalmente.
Indubbiamente questo episodio è il più bello dei tre e la pellicola meriterebbe di essere vista anche soltanto per il Toby Dammit di Fellini.
Il regista riminese detta i tempi con maestria, in un’atmosfera vagamente surrealista.
Ad impreziosire il segmento, la splendida fotografia (lisergica, soprattutto in avvio) di Giuseppe Rotunno, e le musiche di Nino Rota (c’è anche una canzone di Ray Charles).
Un episodio metacinematografico che è stato recentemente riscoperto e rivalutato dalla critica e dagli appassionati (con un’edizione restaurata presentata al Tribeca film festival del 2008) come uno dei capolavori di Fellini, sebbene meno conosciuto e per certi versi dimenticato.
Nel complesso, questo Tre passi nel delirio è sicuramente una delle più interessanti rivisitazioni cinematografiche delle opere del grande Edgar Allan Poe. Una rappresentazione d’autore, con un cast d’eccezione, in cui purtroppo però il dislivello tra i tre episodi è troppo accentuato (Fellini meriterebbe un 10 e lode, Malle un 8, Vadim una sufficienza stiracchiata).
Come ha efficacemente commentato Tullio Kezich, i primi due episodi “rivelano la tipica stanchezza dei lavori su commissione”, anche se su Malle il giudizio è a mio avviso un po’ troppo duro.
In ogni caso, film assolutamente imperdibile per i fan di Poe e di Fellini.

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