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Recensione su Spectre

/ 20156.4169 voti

Nel deserto ma col cambio d’abito / 30 dicembre 2015 in Spectre

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Si sta come James Bond in Messico, a Roma, in Austria, in Marocco, in qualche altro stracazzo di posto che non ricordo, le foglie, e insegue uno che vuole avere il mondo sotto controllo mettendo un amico suo a federare tutte le intelligence dei paesi forti. L’amico del badass è il cattivo di Sherlock e dai, si capisce subito che quello è cattivo. Strada facendo si sbatte la Bellucci, poi si sbatte una serie di stereotipi sugli italiani agli occhi degli altri – del tipo che a Roma NON CI SIA TRAFFICO e la gente gira in 500 ascoltando opera lirica dall’autoradio – e, most importantly, l’ubiqua quanto fiqua Lea Seydoux, dont il va tomber amoureux. C’è anche Dave Bautista, che fa le facce cattive e strabuzza le orbite (altrui). Tre livelli: a livelli superficiali lui è un figo, indistruttibile ed ha un sacco di battute ridevoli perché essendo se stesso non lo scalfiscono mai e oddio sembra non ci sia più speranza ma sì. Bum. A un livello intermedio, la trama della vicenda in sé e il filo dell’azione, fa davvero schifo: l’esigenza di una sceneggiatura commercial-globale fa saltare questi due povirazzi da una parte all’altra di più paesi possibili, rinunciando in toto alle connessioni logiche tra uno scenario e l’altro. Tra l’altro la fuitina in Marocco si risolve in 5 minuti, con the biggest explosion nella storia del cinema ma veramente 5. E lo sfondo più suggestivo resta il primo sulla festa dei morti, che fa sempre tanto folclore e culture lontane e glocal, ma anche un po’ fascio. Trovo abbastanza inaccettabile che si proceda a montare un film da 250 mmmmilioni di dollari su una scrittura così debole. E non è solo il fatto che lui nel deserto continui ad avere cambi d’abito, per esempio. Clic. C’è poi nella scrittura un ulteriore livello, profondo, dove auspicabilmente si vede del regista la mano, ed è la traccia più sotterranea della storia di Bond nel suo insieme. Il cattivo (solito gigioneggiante Waltz, saprà fare altro?) è cresciuto con lui e rievoca ricordi, scava nei ricordi, vuole cancellare ricordi. Ma l’amore per Lea – che si chiama Madeleine Swann, e questa botta di Proust mi fa letteralmente impazzire – è quel che giustifica l’esistenza e funzione dei ricordi, e lo sviluppo e la crescita del personaggio, da miscopotutte(compresamilfbellucci) a menescopopiùcheuna. Insomma siamo cresciuti, e c’è una Recherche per ognuno di noi in cerca di un senso. E riuscire ad appoggiare (nel senso più volgare!) Proust a milioni di spettatori non è semplice.

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