Recensione su Capitan Harlock

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10 Gennaio 2014

Capitan Harlock è un personaggio nato dalla mente di Leiji Matsumoto, dapprima come manga, poi come anime prodotta nel 1978, per risorgere nel 2013 come lungometraggio in computer grafica. Appartenente a quell’onda di “giapponesismo” dalla dubbia abilità grafica ma dalla certa appartenenza storica, forgiata grazie alla creazione di simboli come “Mobile Suit Gundam”, “Yattaman” ma anche “Devilman” e quant’altro, Harlock poteva essere una grande occasione per omaggiare la gloriosa tradizione nipponica.
Nonostante la perfetta estraneità alle vicende del fumetto, posso dire che così non è stato. Lo denuncia spudoratamente un primo tempo prosciugato di ogni consapevolezza sui tempi filmici, dai disarmanti dialoghi di stampo infantile, dall’assente approfondimento psicologico dei personaggi, e la banalità dilagante del meccanismo domanda-risposta. Era da tempo che non ero vittima di una spiegazione di eventi fatta di domande ripetute ( -La terra è distrutta?- – Mi stai dicendo che sulla terra non c’è più vita e che ci hanno ingannato e che…?!-) o di monologhi talmente viziati che definirli teatrali risulterebbe faticoso. Effettivamente, i mangaka giapponesi rivolti ad un certo target non ci hanno mai abituato a dialoghi di qualche levatura (Dragon ball docet) ma la sacralità della sala da cinema dovrebbe smuovere quantomeno qualche animo nobile.
Un secondo tempo leggermente più virtuoso regala qualche colpo di scena ma non tenta di ispessire e caratterizzare né gli abitanti del film, né una trama che prelude all’appassimento prima ancora di essere germogliata.
Se il livello contenutistico del film non si discosta minimamente da quello di un qualsiasi mediocre anime televisivo (molti non lo sono), la grafica regala sparuti guizzi spettacolari, ma la pedissequa presenza dei troppo simili “Final Fantasy: The Spirits Within” o “Final Fantasy VII: Advent Children” evidenzia un avanzamento tecnico veramente limitato e confina quelli che avrebbero dovuto essere i pregi più evidenti lontano dal nostro stupore. Forse in 3D avrebbe regalato qualche sussulto in più.

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