Recensione su Soul

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Una riflessione sul benessere interiore / 26 Dicembre 2020 in Soul

Meno fiabesco e molto più filosofico di Coco, Soul è un altro film a cartoni animati Disney Pixar che affronta il delicato argomento della morte. Ma non si limita al solo concetto di dipartita. Il film parla di aspirazioni, (in)sicurezze, gravami sociali e psicologici. E il protagonista non è un ragazzino che gravita in un mondo a suo modo problematico ma comunque “infantile”, ma è un uomo che ha superato i 40 anni (credo che Joe tenda perlomeno alla cinquantina, in realtà) e che vive in un contesto real-istico, problemi compresi.
Questa volta, l’argomento morte/vita è trattato in maniera molto adulta: fatico a credere che un under 18 “nella media” possa comprendere appieno il senso del film e sia in grado di definire i sentimenti contrastanti e perfino l’angoscia che può derivare da una riflessione sul soggetto di Soul.

Come in Inside Out, forse, per via della presenza di Pete Docter alla regia (qui, coadiuvato da Kemp Powers), la chiave di volta del film è l’analisi della psiche del protagonista: analogamente al film premio Oscar 2016, travalicando i dualismi elementari buoni/cattivi, in Soul non ci sono eroi e villain, ma solo personaggi alle prese con problemi da risolvere e questi personaggi possono essere tante cose, persino i cattivi (verso se stessi) della situazione.
Soul è un film che affronta temi complessi ma che, per forza di cose, alla fine, tende a semplificare il discorso. Però, ha il merito innegabile di rimarcare concetti quantomai utili al benessere interiore, su cui vale la pena soffermarsi più che frequentemente. Insomma, offre un interessante altro punto di vista sulla quotidianità, il che non è male, il che è giusto.

Dal punto di vista tecnico, che ve lo dico a fare, Soul è una gioia per gli occhi, con un’attenzione ai dettagli materici da sturbo. I Jerry (e Terry) sono davvero una bella invenzione grafica (anche se mi hanno ricordato la Linea di Cavandoli).
La New York autunnale fotografata nel film è una solare cartolina della città, piena di cliché (soprattutto di derivazione cinematografica) ma adorabile.
A pensarci bene, dopo La principessa e il ranocchio (2009), Soul è il secondo film Disney in cui è protagonista una comunità afroamericana. Anzi, qui, si parla in maniera spinta di interculturalità e il film sposa bene l’anima (guarda caso…) di New York: Joe, la sua famiglia e il contesto in cui vivono sono neri e la variabile afroamericana è fondamentale nel tratteggiare in maniera peculiare il mood del film, ma nel lungometraggio ci sono anche personaggi con fattezze e nomi orientali, sudamericani e mediorientali.

Il doppiaggio italiano mi è piaciuto molto: Neri Marcoré (che, con Disney Pixar, aveva già lavorato a Up) è Joe (Jamie Foxx, nella versione originale); Paola Cortellesi (Tina Fey) è 22; Rossella Izzo (Angela Bassett) è Dorothea (un personaggio che, secondo me ha un character design stratosferico – come se già la media del film non fosse altissima- ed è animata in maniera sopraffina).

Quando ho scoperto che, oltre al jazzista jon Baptiste, gli autori delle musiche originali del film sono Trent Reznor e Atticus Ross dei Nine Inch Nails sono quasi caduta dal divano.

3 commenti

  1. Deborohlaroccia / 27 Dicembre 2020

    Avevo immediatamente pensato alla stessa cosa sulla Linea

  2. Līlīth / 1 Gennaio 2021

    A me Terry ha ricordato subito la vecchia icona di finder sul mac 😆

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