Recensione su Sorry We Missed You

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Sorry We Missed You
Regia:

La dura vita di un corriere / 19 Dicembre 2019 in Sorry We Missed You

Uno non vorrebbe dire che Ken Loach fa film sempre uguali. È antipatico, lo so. Ma anche riuscendo a trattenersi, poi non è possibile evitare di citare la “working class”, e già con questa locuzione ci si richiama inevitabilmente a tutte le altre recensioni e gli altri commenti che ciascuno di noi può aver fatto in passato sui suoi film.
Vediamola in un altro modo, allora: quella di Ken Loach è una saga, come quelle fantasy; i protagonisti non si conoscono ma condividono lo stesso mondo; quel mondo non è un mondo di fantasia ma è la realtà, a un volo low-cost di distanza da casa nostra.
Stavolta la storia raccontata da Loach e il suo compare Paul Laverty assume però anche un respiro “multinazionale” (parola trigger…), mantenendo allo stesso tempo la macchina da presa, e il punto di vista narrativo, a altezza d’uomo quando non di bambina.
Il protagonista è Ricky, un padre di famiglia che deve riciclarsi come corriere per una catena di franchise che lo tiranneggia. La moglie Abby contemporaneamente è un’infermiera che assiste amorevolmente anziani e malati ma viene portata anch’ella oltre le soglie dello stress. Anche i due figli, la piccola Liza e il teenager Seb, vengono travolti dal vortice della confusione della loro età e dei loro genitori.
La denuncia è chiara, e se per qualcuno non lo fosse stata Loach l’ha ribadita ancora in conferenza stampa a Roma: dietro la velocità e la capillarità di Amazon e degli altri giganti della grande distribuzione c’è uno sfruttamento dei lavoratori che raggiunge livelli di crudeltà insopportabili: tutta la fatica e le responsabilità sono in capo al lavoratore (persino un lavoratore autonomo, nel caso dei franchise) mentre il guadagno è della compagnia che piú svende i diritti dei suoi lavoratori e appaltatori.
Alla spietatezza dei manager, come è ormai formula consolidata nei film di Ken Loach, si aggiungono anche catene di incidenti e sfortune che invece di essere tollerati o assicurati contribuiscono al circolo vizioso della perdita di denaro, quindi di lavoro, quindi di diritti.
Si attraversa la durata di questo film come si attraversano le fasi di un lutto: tanta rabbia, tante lacrime, tanta voglia di reazione e, infine, tanta rassegnazione (specie nell’Inghilterra post-Brexit, a cui Loach non ha risparmiato le sue invettive rispondendo ai giornalisti).

Alcune informazioni interessanti rivelate dal regista: gli attori, pur con qualche esperienza di recitazione professionale, sono stati scelti fra dei lavoratori di ambito non artistico: l’interprete del protagonista, Kris Hitchen, era un idraulico che andava in giro per la città col suo furgone (come il suo personaggio); Debbie Honeywood, che interpreta la moglie infermiera, nella vita è un’insegnante di sostegno; gli interpreti dei due figli sono due studenti locali di Newcastle, nell’Inghilterra nord-orientale, dove è ambientato e è stato girato il film.

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