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Recensione su La canzone del mare

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8 aprile 2015

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Tomm Moore è un nome da tenere d’occhio, se si apprezza l’animazione: animatore, sceneggiatore e regista irlandese classe 1977, è uno che ha diretto due film. E di questi due film, due sono stati candidati come Miglior Film d’Animazione.
Il ragazzo ha talento, e pertanto in Italia nè The Secret of Kells nè Song of the Sea sono stati distribuiti.
Tornando agli Oscar: per quanto riguarda l’animazione ormai non li reputo più un premio serio. Ogni anno escono schede di giurati che ammettono candidamente di aver visto solo un film della categoria, o di votare la Disney per principio: questa volta è passata alla storia quella con su scritto una cosa in stile “Ho votato Big Hero 6 perchè a mio figlio è piaciuto più di How to train your dragon 2, e Boxtrolles non l’ha visto. I cinesi continuano a fare film che non interessano a nessuno”, che ha portato chiunque ci capisse qualcosa a chiedersi quale fosse il film d’animazione cinese: Storia della Principessa Splendente (giapponese), o Song of the Sea (irlandese)?
È ciò che ottieni quando ad assegnare un premio simile è gente convinta che Isao Takahata sia il primo che passa.

Ma passiamo alla trama: Conor e Bronagh sono una giovane coppia con un figlio di quattro anni, Ben, e in attesa del secondo. Vivono in un faro su un’isola, e la loro è una piccola famiglia felice… fino al giorno in cui Bronagh scompare lasciandosi dietro la piccola Saoirse: la donna, infatti, è una selkie, ed è tornata al mare.
Sei anni dopo la famiglia è piuttosto disastrata: Conor non si è mai ripreso dalla scomparsa della moglie, Ben (che non conosce la vera natura della madre) sempra incolpare la sorellina per l’accaduto e Saorsie non parla.
Ma quando la piccola mostra di aver ereditato la natura materna, Conor non vede altra soluzione se non mandare i figli ad abitare dalla nonna in città, nell’entroterra. Una soluzione per niente definitiva: la bambina, infatti, è l’ultima selkie e il suo compito è cantare la canzone del mare per salvare le creature magiche da Macha, una strega-gufo che ruba i loro sentimenti trasformandoli in pietra.
Se dovessi descrivere qesto film con una parola sarebbe adorabile: il character design, come per The Secret of Kells, è carino da morire mentre gli scenari sono meravigliosi. È semplicemente bello da guardare.
E da sentire, che la colonna sonora è notevole e i doppiatori validi, specie se si considera che sono bambini che riescono sia a recitare che a non essere odiosi.
La storia mi è piaciuta molto, con i rimandi alla mitologia irlandese che servono a parlare di come – nella vita – si debba lottare per affrontare il proprio dolore e le proprie paure: è solo affrontando la perdita della madre che Ben riesce a mostrare il proprio affetto a Saorsie, che tratta come una grossa seccatura per buona parte del film.
Insomma, Song of the Sea riesce a portare avanti diverse cose nei suoi 93 minuti: non solo c’è un notevole character development per Ben, ma c’è anche una mitologia complessa alla base della trama che riesce ad essere spiegata senza sembrare tirata via.
I personaggi secondari, a cui non può essere dedicato troppo minutaggio, sono gestiti molto bene: in linea di massima hanno scene che riescono a mostrare la loro natura velocemente, anche se ho avuto il sospetto che il film sfruttasse l’uso di personaggi mitologici. È chiaro che di alcuni dicono due parole perchè sarebbe come se, da noi, si mettessero a spiegare chi è la Befana.
Ma cercatelo: è un film veramente bello, e chiedetevi perchè a noi ci ritengono troppo stupidi per godere di film simili.

Un’altra cosa devo dire: quando Miyazaki ha annunciato prima il suo ritiro, poi che lo Studio Ghibli non avrebbe più prodotto nuovi lungometraggi, ci sono rimasta male.
Ma Tomm Moore mi ha risollevato il morale: mi ha ricordato molto Miyazaki, per il tono poetico delle sue pellicole, per il ruolo che ha dato alla natura e alle creature del folclore, per la rappresentazione dell’infanzia come di un periodo magico.
Magari tra vent’anni vedremo doppiati anche questi.

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