La canzone del mare

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La canzone del mare

Saoirse è una bambina di sei anni che non ha mai parlato e che scopre di essere l'ultima della stirpe delle Selkie,leggendarie figure del folklore irlandese, donne in grado di trasformarsi in foche e viceversa. Saoirse vive con il fratello maggiore Ben e il padre Conor nel faro di un'isoletta non molto distante dalla terraferma. La nonna paterna teme che i nipotini crescano come dei disadattati e convince il padre ad affidarglieli, affinché vadano a vivere con lei in città. Ma Saoirse deve assolutamente tornare verso il mare e cantare la propria canzone, la canzone delle Selkie, evitando le insidie della strega Macha.
Andrea ha scritto questa trama

Titolo Originale: Song of the Sea
Attori principali: Brendan GleesonFionnula FlanaganPat ShorttJon KennyLisa HanniganDavid Rawle, Lucy O'Connell, Colm Ó'Snodaigh, Liam Hourican, Kevin Swierszcz, Will Collins, Paul Young
Regia: Tomm Moore
Sceneggiatura/Autore: Will Collins
Colonna sonora: Bruno Coulais
Produttore: Tomm Moore, Paul Young, Ross Murray, Frederik Villumsen
Produzione: Francia, Irlanda, Danimarca, Belgio, Lussemburgo
Genere: Fantasy, Famiglia, Animazione
Durata: 93 minuti

Cùcù / 30 Ottobre 2017 in La canzone del mare

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

C’è un incredibile prologo sfumato acquerello che rende i colori sfocati dei ricordi d’infanzia negli occhi di un bambino. In cui si vede uno spazio senza contorni e un nucleo, la madre va. 6 anni dopo, un padre vive in un faro bello e triste, insieme a Ben, il bambino di cui, e Saoirse, la sorellina muta che per Ben ha ucciso la madre nascendo. La bambina scopre una conchiglia e un mantello della madre, e si trasforma in una foca. Essì, in Irlanda capita. Perché i folletti spiegano come lei sia una selkie, (è di famiglia, cioè) colei che può richiamare dalla pietra le creature a cui la strega-civetta Macha aveva risucchiato le emozioni. Parte il viaggio, a ritroso, di Ben e Saoirse che sono stati deportati nella casa in smoggosa città della brutta nonna e devono tornare all’amato faro insieme al fedele Cù. Inseguiti dai gufi di Macha, incontrano folletti canterini, dolmen, foreste di capelli bianchi intricate con un antico saggio squinternato alla fine, la strega Macha in persona, che pietrificava le persone per non farle soffrire. C’è uno stridente e scelto contrasto, tra disegni più o meno definiti, degli sfondi e dei personaggi, della corsa e movimento attraverso i vari elementi, che accentua il carattere fantastico del viaggio dei due pupi nel mondo. Che è quello reale, ma con un layer (ahah) di incanto sopra. Per cui da un lato fate e folletti, dall’altro personaggi teneri nei loro dolori e paure, la ferita inferta dalla morte della mamma in Ben, il mutismo e l’alienità, o essere altro, in Saoirse, che la porta alla scelta finale. La trama scorre pur vivendo di paralleli e ritorni: il faro in testa e in coda, la nonna che ascolta la stessa musica della strega, ed è cattiva solo per dolore. Il gigante pietrificato nel mare e di nuovo la strega, come il padre Conor (grosso alcolista anonimo di Guinness dopo la morte di quella topolona della moglie) e la nonna, lui che dice “mi sembra di aver dormito tutto il tempo”, ma alla fine tutti avranno trovato, o riportato alla luce, qualcosa. Di nuovo e di sé e del loro rapporto con gli altri. Checché ne sia, spero che alla fine il vecchio traghettatore si bombi la granny. Tutti a parte Cù, tutti adorano Cù.

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. / 5 Aprile 2017 in La canzone del mare

Incantevole lungometraggio d’animazione disegnato con una cura commovente e uno stile adorabile, Song of The Sea prende a pieni mani dalla mitologia e dai racconti folkloristici irlandesi per per assemblare una storia di crescita e amore familiare. Protagonista è un bimbetto cocciuto e simpatico, la sorella piccola che non parla e un padre addolorato e assente; il film dosa bene gli elementi più fantasiosi e quelli più realistici, senza perdere mai una certa dolcezza di fondo che pervade il tratto dei disegni, le musiche e i dialoghi molto ben dosati ed efficaci, fino al finale da lacrimuccia, liberatorio e adorabile come tutto il film.

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IMPERDIBILE / 30 Giugno 2016 in La canzone del mare

Mi sento fortunato perché ieri, ultimo giorno di proiezione di questo film, sono riuscito a vederlo.
Emozionante, poetico.
Dei disegni bidimensionali che cozzano molto con le attuali tecnologie ma che invece fanno risaltare dei colori magnifici.
Ma è proprio la trama che colpisce e più va avanti e più sei preso e coinvolto. La magia dei selkies”, creature magiche abitanti degli abissi nelle leggende nordirlandesi, si sposa con le altre leggende narrate.
La strega Macha che con un incantesimo elimina le emozioni alle persone per non farle soffrire già questo è poetico. Lei che dovrebbe essere la cattiva invece viene spinta dal grande amore ma soprattutto dolore nel vedere il figlio soffrire, Ma le emozioni, il vivere la propria vita, il non pensare all’esistenza ma solo alla sopravvivenza è incredibilmente sottolineato in questo film. Liberare le emozioni, essere se stessi e non condizionati da nessuno è un tema a me molto caro. Mai più accettare le condizioni delle persone che si spacciano per amici, amanti, compagni…
Vivere… Nulla di più importante.
Un film che di emozioni fino alla fine ne è pieno.
Anche i più piccoli ne rimangono affascinati.
NON SI PUO’ NON VEDERE!!!
Ad maiora!

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Moore l’ardimentoso / 31 Maggio 2016 in La canzone del mare

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

A mio parere, Moore patisce in Italia ciò che, da tempo, soffrono i suoi colleghi giapponesi: a meno di eventi speciali, i film animati di questo artista irlandese e dei suoi pari nipponici (per tacere di altre produzioni d’autore europee ed extracontinentali) non sono in grado di arrivare nelle nostre sale, benché gli estimatori della loro arte siano ampiamente dichiarati e siano in numero sempre maggiore.
Nonostante la notorietà acquisita con il passaparola grazie a The Secret of Kells, a dispetto dei premi internazionali e della candidatura agli Oscar 2015, anche Song of the Sea, finora, non è mai entrato nelle grazie di alcun distributore italiano, neppure per il mercato dell’home video.
Si tratta di un film a cui non si può rimproverare certo scarsa qualità tecnica o una gratuita rappresentazione della violenza, dettaglio che, sovente, ha giustificato in passato il mancato o il discusso approdo di talune opere animate nel nostro Paese, quindi fatico a comprendere come a prodotti di questo tipo ne vengano preferiti altri di più infima realizzazione e caratterizzati da una minor resa estetica e narrativa.

Cinicamente e forse semplificando all’eccesso la questione, sono portata a credere che, in Italia, i lavori di Moore siano compromessi da due elementi: essere film d’animazione ed essere film d’animazione narrativamente troppo stratificati per essere destinati ad un pubblico, quello infantile, a cui, per via di una filosofia tutta italiota, le case di distribuzione immaginano debba essere necessariamente rivolto un film animato.
Forse a torto, sono convinta che ci sia poco coraggio e troppa presunzione nei confronti di un pubblico che, invece, andrebbe educato a visioni e racconti più ricchi di molti di quelli che gli vengono propinati, in grado di offrire sfumature più complesse della “semplice” opposizione bene/male o della presenza in scena di personaggi studiati per dare vita ad un merchandising più o meno proficuo.

Moore sa mettere in scena problematiche articolate (e perfino la morte e la violenza) con una grazia visiva particolarmente originale, arricchendo di scena in scena il proprio racconto attraverso numerosi elementi, non solo grafici e inerenti la sola animazione, ma soprattutto di natura emotiva.
In particolare, in questo lungometraggio c’è un tema di fondo decisamente delicato, rappresentato con sufficiente realismo: una famiglia deve affrontare un lutto, una scomparsa. Come reagiscono i membri di questo nucleo a tale problema? C’è chi da la colpa a qualcun altro, c’è chi si da ogni colpa, c’è chi vuole voltare pagina, c’è -infine- chi non sa come gestire un vuoto che esiste perché gli altri glielo mettono sotto il naso in ogni momento.
La componente magica e tutti i (tanti) riferimenti alla cultura folkloristica irlandese sono gli ingredienti di una splendida cornice che accoglie in sé dolore e redenzione.

Siamo sempre dalle parti del viaggio dell’eroe e della tana del Bianconiglio, ma Moore ha messo in piedi una lunga ed articolata parabola che, pur puntando al matematico lieto fine, non risparmia una buona definizione psicologica dei personaggi.
In realtà, la piccola Saoirse, pur tenera, è il personaggio meno riuscito, troppo buono e remissivo per suscitare reale empatia: pur con le necessarie semplificazioni, è il fratello Ben ad avere in sé i tratti più umani e riusciti, è un bambino arrabbiato a cui nessuno ha dato le giuste spiegazioni e la sua crudeltà nei confronti della sorellina lo rende quantomai tangibile e credibile.

Tornando alle affinità tra Moore e l’animazione nipponica, guardando Song of the Sea non ho potuto fare a meno di pensare che questo lungometraggio è molto giapponese, per follia e ardimento visivo (prospettive irreali, ricchezza formale) e per la sua ipertrofia narrativa, e che i lavori dello Studio Ghibli devono avere influenzato decisamente questo ultimo lungometraggio dell’irlandese. Mi riferisco, tra i tanti dettagli colti, all’ambientalismo latente (un po’ come hanno fatto Miyazaki e Takahata attraverso film come Pom Poko e Ponyo) e alla strega-gufo Macha nella quale ho visto pesanti echi della Strega delle Lande de Il castello errante di Howl (in particolar modo, oltre che nel character design, nelle sue “molli” trasformazioni).

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Semplicemente senza parole. / 26 Maggio 2016 in La canzone del mare

Indescrivibile. Di una dolcezza unica, significati profondi e una bellezza di animazione unica nel suo genere.

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