Recensione su Sonatine

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Un ultimo spettacolo prima che cali il sipario / 7 luglio 2014 in Sonatine

Sonatine è il quarto lungometraggio di Takeshi Kitano, un’opera con cui il regista sembra riuscire a sintetizzare la crudezza dei suoi primi lavori (Violent Cop e Boiling Point) con la delicatezza e la malinconia della sua ultima pellicola, Il Silenzio Sul Mare.
Il mare è decantato tantissimo da Kitano nelle sue opere e qui è protagonista quasi quanto nel suo precedente lavoro, perché si erge ad unico garante di pace e di armonia. Si contrappone quindi alla violenza riscontrabile nel territorio urbano (perché intossicato dal marciume della yakuza) ed assume il ruolo di limbo spirituale dei protagonisti, che non possono fare altro che attendere l’inevitabile realizzazione del loro triste destino. Un’attesa che appare interminabile e con un sola via da percorrere non sembra lasciare spazio a particolari rimedi. Così Murakawa ed i suoi uomini ricorrono a giochi, a piccole attività sulla spiaggia che essi sembrano vivere con la spensieratezza dei bambini. Una sorta di “difesa” necessaria per non affogare nel dolore, un’armonia però di natura debole, che è facilmente spezzabile con il versamento del sangue.
Sonatine è sostanzialmente questo. Un gioco di opposti, che collidono con potenza gli uni con gli altri. La violenza che vuole sopraffare la pace, la fredda città che vuole oscurare il silenzio del mare, la vita che vuol prevalere sulla morte.
Un ritratto delicato e crudo allo stesso tempo, in grado di sconsolare e contemporaneamente di far sorridere. Con una cornice maestosa, data dal mare di Okinawa e dalle belle musiche di Joe Hisaishi.

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