Recensione su Solaris

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Comunque è troppo poco / 11 settembre 2011 in Solaris

Coinvolgente, avvolgente, sconvolgente, affascinante, sorprendente, così “oltre” da lasciare esterrefatti, non importa quanto cinema – anche di quello più “vero” – si possa aver visto. Solaris è un film che va visto con quella “fanta-coscienza” giustamente inventata all’uopo nel tentativo di far “intendere a coloro che non intendevano” ciò che Tarkovskij aveva osato mettere in scena. Una “fantascienza” che non è invecchiata con il passare degli anni e delle tecnologie, perché parlava di quella “cosa” misteriosa, sfuggente, relativamente indescrivibile, difficilmente misurabile o riducibile anche all’individuazione dei meccanismi cerebrali più sofisticati, che si chiama “coscienza”.

La resa dell'”oceano”, così “vivo” e insieme silente e insondabile: un’intuizione visiva grandiosa e poetica di qualcosa che oggi – anche grazie all’evoluzione scientifica e alla contaminazione tra culture molto lontane – diamo molto più per scontata.
La dimensione del sentimento (conscio o inconscio) come ciò che crea la realtà (che siamo e che ci circonda).
Il senso della bellezza (l’arte) e del “sacro” (che con la religione non c’entra) come una delle poche risposte salvifiche possibili a quel mistero destinato a rimanere tale: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Cos’è “vivere”?
L’amore, come una delle poche cose che allevia lo smarrimento davanti all’immensità e all’ignoto – interiore o esteriore che sia…

Ma è ancora troppo poco, perché (ancora una volta) è Tarkovskij.

P.s.
Ma come ha potuto Steven Soderbergh “violentare” così (mediocrizzandola a tal punto) quest’opera? Viene quasi voglia di offrirgli la “prova del fuoco” leggendo il libro, passo che con Tarkovskij non si sente minimamente il desiderio o l’esigenza di compiere, poiché qualunque siano state le suggestioni ricevute la grandiosità della resa filmica è fuori discussione.

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