Recensione su Il posto delle fragole

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Il sonno del cuore genera mostri / 13 Novembre 2012 in Il posto delle fragole

Il cinema per Bergman deve entrare “nelle stanze scure della nostra anima”. Un cinema di indagine interiore, una perlustrazione analitica degli angoli bui per tirare fuori gli scheletri, esporli senza possibilità d’appello. La parabola del vecchio professor Isak Borg è quella di un compassato Scrooge scandinavo, a cui vengono rinfacciati i fantasmi dei legami passati, presenti e futuri. Il suo viaggio verso una futile e pomposa cermonia accademica diviene il pretesto per una dolorosa redenzione, che si avvale anche di incubi in perfetto stile Borges. La malinconia del ricordo si spoglia del velo romantico, la rimozione pesa e si fa assordante, la solitudine da beato rifugio si rivela implacabile dannazione. Il contegno del vecchio viene assediato dalla micidiale schiettezza della nuora, dal veleno di una coppia recuperata lungo la strada, dalla vitalità di tre giovani autostoppisti, dal nichilismo del figlio; per Goya è il sonno della ragione a generare mostri, ma qui la paternità appartiene al letargo del cuore.
Un film che forse ha bisogno di essere rivisto, per cogliere appieno la moltitudine di simboli, e che forse ci scoperchia un po’ di sepolcri. Tutti abbiamo quel luogo della mente, tra i cespugli dei ricordi, dove un tempo nascevano fragole che oggi non ci sono più.

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