Recensione su Sei gradi di separazione

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Un film sorprendente e spiazzante / 4 giugno 2011 in Sei gradi di separazione

“Sei gradi di separazione” è un film sorprendente, soprattutto se si considera che lo ha diretto un regista, Fred Schepisi, che certamente non è mai stato un granché. In questo film, però, tutto appare perfetto, o quasi. La storia ha per protagonista un ragazzo di colore, Paul, che una sera di un giorno qualsiasi si presenta di punto in bianco in casa di Flan e Ouisa Kittredge, ricchi mercanti d’arte residenti in un lussuoso appartamento in quel di New York. Paul dice loro di essere stato aggredito da un ladro, il quale, sempre a suo dire, gli ha sferrato una coltellata nel tentativo di derubarlo, proprio davanti alla casa delle persone presso le quali si è appena presentato. I Kittredge, dopo aver superato un attimo di smarrimento, dovuto alla sorpresa di vedersi piombare improvvisamente in casa propria un perfetto sconosciuto, provvedono a curarlo, e mentre fanno ciò, Paul comincia a parlare. E quanto parla il ragazzo: arte, letteratura, cinema; una volta che ha cominciato, Paul non finisce più di chiacchierare. Sembra quasi che sappia tutto di qualsiasi cosa. Inoltre – tra un’irresistibile dimostrazione dell’immoralità del “Giovane Holden” di Salinger e un’illuminante tirata sull’immaginazione e il potere che essa può avere sulla gente, al punto che l’immaginazione dovrebbe, parole sue, “essere il perno della nostra esistenza” – Paul dice anche di essere figlio di Sidney Poitier, e afferma altresì di conoscere molto bene i figli dei Kittredge, dei quali sostiene di essere un grande amico. Dal canto loro, Flan e Ouisa paiono completamente rapiti dalla brillantezza e dalla disinvoltura mostrate dal giovane. Pare un ragazzo modello, Paul: intelligente, serio, spiritoso e amichevole. Insomma, il figlio che tutti i genitori (o quasi) vorrebbero avere. Il mattino successivo a quel fortuito incontro, però, i Kittredge scopriranno a loro spese che spesso l’apparenza inganna.
Nonostante qua e là si noti l’origine teatrale (lo spunto, infatti, è preso da una commedia scritta da John Guane, che ha firmato anche la sceneggiatura del film), “Sei gradi di separazione” scorre via che è un piacere: i dialoghi sono arguti e pungenti, il ritmo spumeggiante, lo humour raffinato e sottile, grazie ad una sceneggiatura pressoché perfetta, che ha inoltre il grande merito di delineare i personaggi e le situazioni in modo impeccabile. Schepisi, sorprendentemente, asseconda il tutto con una regia brillante, destreggiandosi tra flashback e flashforward con una facilità disarmante e un’eleganza quasi impressionante, cosa che gli permette di garantire allo spettatore la possibilità di comprendere, senza troppa fatica, i molteplici sviluppi imprevedibili che la pellicola offre man mano che la storia procede.
Ottimo anche il cast, con Stockard Channing e Donald Sutherland – entrambi magnifici – una spanna sopra a tutti gli altri; ma bisogna ammettere che anche Will Smith – altrove attore solitamente mediocre – se la cava piuttosto egregiamente. L’unico difetto del film, forse, è quello di tirare un po’ troppo per le lunghe il finale: ma è un difetto che si perdona volentieri, perché a quel punto il meglio è già stato fatto. Non c’è che dire: “Sei gradi di separazione” è una commedia brillante, ricca di ironia pungente, che mette alla berlina i rapporti tra le persone di classe sociale differente, dimostrandoci che nella vita l’unica cosa che conta veramente è sempre e comunque il denaro, con il quale si può comprare tutto. Tranne la felicità, ovviamente (come ci dimostra il finale nel quale tutti, chi più chi meno, escono sconfitti). Un film divertente, ma dal retrogusto assai amaro.

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