Sing Street

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Sing Street

Dublino, prima metà degli anni Ottanta. Mentre il matrimonio dei suoi genitori sta andando in pezzi e i bulli della scuola lo vessano, il quattordicenne Conor decide di fondare una band: innamoratosi di una coetanea, intende conquistare la ragazza con la musica e proponendole di diventare la protagonista del suo primo videoclip.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Sing Street
Attori principali: Ferdia Walsh-PeeloLucy BoyntonMaria Doyle KennedyAidan GillenJack ReynorKelly Thornton, Ben Carolan, Mark McKenna, Percy Chamburuka, Conor Hamilton, Kyle Bradley Donaldson, Karl Rice, Ian Kenny, Don Wycherley, Lydia McGuinness, Connor Hamilton, Pádraig J. Dunne, Marcella Plunkett, Keith McErlean, Eva-Jane Gaffney, Des Keogh, Kian Murphy, Peter Campion, Paul Roe
Regia: John Carney
Sceneggiatura/Autore: John Carney
Fotografia: Yaron Orbach
Costumi: Tiziana Corvisieri
Produttore: Anthony Bregman, Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Mary Callery, John Carney, Martina Niland, Paul Trijbits, Kevin Scott Frakes, Raj Brinder Singh, Christian Grass
Produzione: Irlanda
Genere: Drammatico, Commedia, Musica
Durata: 106 minuti

Formazione di una band (e di un amore) / 26 Luglio 2017 in Sing Street

Amo i film musicali, specialmente le rock comedy come Almost famous o Rock of Ages; questo Sing Street lo avevo in wishlist da parecchio tempo, mi incuriosiva la componente irish e chiaramente l’atmosfera glam anni ’80. Sono rimasto colpito particolarmente dalla regia, veramente splendida, in cui emerge tutta la sensibilità musicale di John Carney nell’attenzione alla formazione di un gruppo, le dinamiche tra i componenti, il processo creativo di una canzone; c’è anche una visione joyceiana della ferrea educazione presso gli istituti religiosi, luoghi dove pullula la violenza giovanile (con una presa davvero realistica dei ca**otti) e dove staglia la figura inflessibile del rettore in abito talare interpretato da un ottimo Don Wycherley. Tutto il cast è azzeccatissimo, con la bella prova del protagonista Ferdia-Walsh Peelo (un nome che più irlandese non si può) e soprattutto della stupenda, enigmatica Kelly Thornton. Il ruolo più toccante resta comunque quello del fratellone fallito, un intenso Jack Reynor con il quale non si può non simpatizzare. Infine, le musiche: composizioni originali trascinanti e “acerbe” al punto giusto, scritte dallo stesso regista con varie collaborazioni, che si intonano perfettamente con il gusto pop e la resa un po’ sghimbescia dei videoclip amatoriali.

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The riddle of the gnocca / 7 Dicembre 2016 in Sing Street

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dublino anni ‘80, c’era una crisi che spaccava, e conosco uno che c’ha scritto una tesi sopra senza esser mai stato o essersi curato dell’Irlanda, e sarei io. Ovvio, non c’entra. Note, i quasi-musical from UK sono assai riconoscibili e altrettanto godibili, il regista è lo stesso del romanticissimo Once, cuorecuore, dunque. Conor viene trasferito a una scuola clero++, perché costa meno e i suoi non si possono permettere gnente, stan pure divorziando. E tutti sappiamo il clero irlandese quanto duro ci andasse. Tra bulli mezzi punk e amici nani e rossimalpelo, mette su una band, così, dal niente, per fare colpo su una gnocca. La formazione della bbbbanda, che fa molto Blues Br, procede spedita, prendono un amante dei conigli, che lo aiuta a scrivere musiche e testi, con la faccia a punta e la madre premurosa, un nero perché fa colore, due fessi, e girano videoclip con la gnocca. Che ovviamente è una sedicenne tanto complicata e confusa e sta con uno grande ma gosh la tradirà. Intanto Conor si metamorfosa in Cosmo, e lui e tutta la banda, ma più lui, passano attraverso le sembianze dell’intera cultura musicale anni ‘80, una specie di galleria di costumi stravaganti che per una volta non mi ha dato fastidio – no vabbè, odio quelli in fissa per gli ‘80; perché questi giovinetti col trucco alla David Bowie facevano invece commuovere, per l’espoir e i sogni che stavan dietro quegli occhi scuri, e l’ingenuità e la musica come risposta al niente, i clip dei Duran Duran in tv, le ambiguità e le speranze di partire e lasciare quella terra di clero e niente. Unico appoggio, saldo in quel mondo che si sfalda, il fratello maggiore, che se la passa a casa tra canne e nullafacenza, e rimpiangere sogni e distillare pillole di saggezza, che Cosmo butta nelle sue canzoni. E poi insomma, son bravi davvero, e fanno un concerto finale che spacca ribaltando i mutandoni neri del clero e bon, pianto mezz’ora ma secondo me capita più quando mi gira che per il film o forse no. E lui e lei se ne vanno, il mare è grosso e grigio ma che ce ne frega, siamo giovani, gonfi di sogni, una volta qui sarà tutta campagna e startup ma noi ce ne andiamo, bagnati, felici. Pure il fratello è felice.
Per inciso, io avuto avrei freddo.

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Il potere salvifico dell’Arte / 17 Novembre 2016 in Sing Street

“È un video Robert. È arte. E questo dura per sempre. È il perfetto mix tra musica e visuale, è lungo al punto giusto. Sopravvivrà nel tempo”. Basterebbe questa frase che Brendan (Jack Reynor), il fratello maggiore della famiglia del protagonista Conor (Ferdia Walsh-Peelo), dice al padre Robert (Aidan Gillen) per condensare felicemente i significati e il senso di una pellicola densa, audace, e semplicemente profonda come “Sing Street”.

Siamo in pieni anni ’80, una decade dove il cinema e la Tv in questo 2016 ci hanno riportato molto spesso (basti pensare al fenomeno Stranger Things), e in televisione passavano i primi video musicali: è a quelli che si riferisce l’affermazione di Brendan. Senza però sapere che lo sceneggiatore e regista, John Carney (“Once” e “Tutto può cambiare”), gli aveva messo in bocca, in realtà, la definizione precisa del suo film, e in senso più generale del cinema e dell’arte. Perché la storia di Conor detto “Cosmo” e della sua band musicale, i “Sing Street” del titolo appunto, è inserita dentro un film-musicale: un film che lascia spazio, respiro, alla musica, con pezzi che non solo fanno da colonna sonora, ma entrano e riempiono le inquadrature, in live performance magnetici e coinvolgenti. La musica è l’intelaiatura che tiene in piedi questo film sicuro e mai scomposto, talvolta adagiato su situazioni già viste e tipiche del coming of age, ma mai forzate o fin troppo palesate: alla fine l’adolescenza racconta ciò che è e ciò che spesso non è, i mondi in cui deve abitare e sopravvivere e le lotte che deve combattere, tra famiglie che si rompono e amori che non si compongono. Ma racconta anche di quei luoghi sicuri dove trovare riparo e conforto, i santuari dell’Arte, della musica nello specifico. Una pagina e una penna, una chitarra, talvolta restano gli unici strumenti per Conor per dire chi è, per esprimere la sua ricerca interiore e ciò che prova, per dichiarare il suo amore per l’enigmatica e insofferente Raphina (Lucy Boynton).

“Sing Street” è tutto questo, un inno alla musica e a quella “rivoluzionaria” degli anni ’80, un inno al fratello maggiore, un inno ad una felicità il cui quadro è fatto da pezzi di puzzle tristi, un inno all’amore, un inno alla potenza salvifica dell’Arte. “Sing Street” “è arte. E questo dura per sempre. È il perfetto mix tra musica e visuale, è lungo al punto giusto. Sopravvivrà nel tempo”. E “l’opera d’arte, se sfida il tempo, sembra passare oltre le regole della morte e, di conseguenza, ai diritti della natura. Essa allude all’ordine soprannaturale del miracolo ed è il miglior argomento di quest’ordine” (Stanislas Fumet).

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L’età dell’incoscienza / 14 Novembre 2016 in Sing Street

Gradevole storia di formazione a suon di musica anni Ottanta.
John Carney, regista, sceneggiatore e compositore (insieme a Gary Clark) degli orecchiabilissimi brani originali, ha disegnato la romantica epopea di un adolescente dolce, coraggioso e pieno di personalità che, seppur stereotipato quanto basta per venire incontro ai gusti del pubblico, non risulta mai stucchevole grazie anche all’azzeccata scelta del giovane attore protagonista, l’assoluto esordiente Ferdia Walsh-Peelo (che, a seconda dell’acconciatura adottata, ricorda una versione imberbe e tenerella di Billie Jo Armstrong o di Paul McCartney). A proposito di belle facce celtiche e autosuggestione, poi, il ragazzino polistrumentista mi è sembrato un The Edge in miniatura.

Vuoi per il contesto, vuoi per le dinamiche narrative e il costante tentativo di usare la musica per cambiare la propria vita, il confronto con The Commitments di Alan Parker è praticamente inevitabile (ho avuto anche qualche reminiscenza del divertente Killing Bono di Nick Hamm) e, nonostante alcune deficienze (leggi, semplificazioni) in fase di sceneggiatura il film di Carney fila come un treno, divertendo ed emozionando in crescendo, perlomeno fino alla scena del ballo in stile anni ’50: da lì in poi, la storia subisce una leggera flessione e da splendido volo pindarico si ridimensiona, rientrando in binari narrativi e dinamiche più convenzionali.

Ciò che ho apprezzato molto della storia, a conti fatti, è l’afflato liberatorio che la sottende: l’adolescenza sarà anche una parentesi complessa e, talvolta, dolorosa della propria vita, ma è davvero uno di quei momenti-chiave durante il quale è possibile immaginare e perfino tentare di fare qualsiasi cosa, grazie a quella grande dose di imprevedibilità e spericolatezza tipica di quella fase in cui le sovrastrutture mentali e le pratiche “adulte” non hanno ancora fatto totalmente breccia.
Sing Street è un gioioso canto d’amore all’età dell’incoscienza e, con la sua freschezza, sa mettere in circolo tenera frenesia.

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