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Recensione su Silence

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Della fede e dell’abiura / 22 gennaio 2017 in Silence

Se ripenso alla sfavillante Las Vegas di Casinò, alle contrade della formazione criminosa in Goodfellas o alla Lamborghini cangiante di Jordan Belfort, mi trovo sempre in difficoltà a definire quale è stato il più grande Capolavoro di Scorsese. Un maestro come pochi altri che ha saputo spaziare dalla croce alla pistola, raccontando il bene e il male senza mai svendere la sua magnifica aura indipendente, autorevole, sempre lucido nell’affrontare ogni tema. Perciò se appena uscito dal cinema penso che Silence sia il suo Capolavoro definitivo perdonatemi, ma l’emozione di ciò che ho appena visto è travolgente.
Ho sentito da qualche parte – da qualche autorevolissima parte, benedetto il cielo – sproloquiare di una presunta vena propagandistica cattolica in questo film, ho sentito definire Scorsese un vecchio regista che sentendo ormai la morte vicina ha orchestrato la sua redenzione. Accuse false, stupide e forse ahimè perversamente ideologiche. Per me la propaganda è condizionare lo spettatore affinchè sia subdolamente convinto della superiorità di un ideale. Ebbene qui dove starebbe la superiorità della fede cristiana? Questo è un film di abiura, di triste e dolorosa abiura.
Non c’è niente infatti di più annichilente per la fede di una storia come questa. Nulla schiaccia di più la ferrea convinzione di sentirsi martiri pronti e invincibili del constatare amaramente che non arriva alcuna gloria “personale” del martirio, ma soltanto una insostenibile e forse inutile sofferenza altrui. Non è una storia di eroismo cristiano ma una tremenda storia di spoliazione, dalla tortura fino al ragionamento suadente, assillante, persistente. E forse l’abiura diventa un atto di indicibile eroismo, di vero amore per gli altri se non di genuina fede nel Cristo sofferente, come nella scena emozionante del “Calpestami!”.
Tutto questo viene raccontato in un cinema di magniloquente sottrazione, in cui la colonna sonora è il frinire delle cicale e le urla dei sofferenti, in cui tutto è avvolto dalla nebbia, densa come il dubbio. Ogni dialogo è calibrato, ogni sussurro pesa, su tutto aleggia il grande silenzio divino di una religione che si spegne fiocamente nelle nevi del Giappone. Eccezionale la trasformazione artistica di Andrew Garfield, il quale conserva però quella vaga ebetudine giovanile nel volto che dà una bellissima luce umana al personaggio di padre Rodrigues. Il volto e il fisico scheletrico di Adam Driver sono un’ icona, il personaggio di padre Garupe funziona proprio per lo straordinario impatto visivo.

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