Recensione su Sicario

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Non è un Paese per donne / 13 gennaio 2016 in Sicario

Villeneuve mi lascia ancora una volta perplessa.
A fronte di una confezione formalmente ineccepibile, in cui eccellono un’impressionante padronanza nell’uso della mdp, della fotografia e delle musiche (quelle composte dall’islandese Jóhann Jóhannsson sembrano emergere da un abisso infernale e si fondono, letteralmente, con le immagini), la storia -nella sua estrema drammaticità- mi è parsa abbastanza banale.
La dicotomia bene/male e le sfumature tra i due poli proposte non mi hanno colpita particolarmente, non è il primo film in cui assisto alla messinscena di qualche conflitto interiore di questa natura e la maniera in cui essi vengono messi in gioco, qui, non ha suscitato in me grande impressione.
Molto buona l’interpretazione della Blunt, ma proprio la presenza di una protagonista femminile, ricercato fulcro della questione, mi è sembrata una forzatura di succitata dicotomia: l’evidente fragilità di questa donna, unica esponente del suo sesso (come la Jill McBain di C’era una volta il West?) in un mondo che sembra popolato esclusivamente da uomini, è uno strumento sfruttato a mio parere un po’ banalmente, benché suggerisca (dis)equilibri interessanti, basati sull’implosione delle convenzioni sociali su cui si basano i rapporti uomini/donne.

Mi preme ribadire la qualità della confezione. Magistrali due o tre sequenze (su tutte, quella del doppio attraversamento della frontiera e quella iniziale, con l’irruzione del gruppo S.W.A.T. nella casa).
Villeneuve saprà mai conquistarmi davvero, anche a livello narrativo?

2 commenti

  1. michidark / 13 gennaio 2016

    Giuro che se avessi scritto la recensione avrei messo lo stesso titolo. Guardando il film, che ho apprezzato moltissimo, ho pensato parecchie volte al capolavoro dei Coen. Guarda, al di là di una storia raccontata in numerosi film, io ho trovato eccellente il modo in cui è costruita la tensione. Nella scena in cui sono fermi in auto alla frontiera mi stava letteralmente esplodendo il cuore, cosa che non mi accadeva da un pezzo davanti allo schermo. Trovo ci sia un errore di fondo nel valutare l’opera, che ho riscontrato in tutte le recensioni lette: il conflitto bene/male, buoni/cattivi per me non esiste. Magari è una interpretazione tutta mia, ma mi sembra ci siano solo persone con le loro sfaccettature, con i loro comportamenti, giusti o sbagliati che siano, immerse in uno scenario di guerra, che non è la classica guerra che siamo abituati a conoscere. Penso al poliziotto corrotto che porta il figlio a giocare a calcio, al personaggio interpretato da Jon Bernthal, a Del Toro che dispensa consigli alla nuova arrivata e poi stermina una famiglia senza problemi, all’ambiguo e “viscido” Brolin che per come ci viene mostrato sembra peggiore del “boss finale”, che vediamo solo in una scena famigliare, in cui potrebbe essere la persona più innocua del mondo. Non ci viene mai mostrato come terribile narcotrafficante. Non so se mi son spiegato. A me ha colpito molto in questo senso, magari è una visione tutta mia ed è sbagliata.

    • Stefania / 13 gennaio 2016

      @michidark: vero? 😀 Credo che sia quasi inevitabile pensare al film dei Coen e al romanzo di McCarthy da cui è tratto: anche lì, ho riscontrato lo stesso genere di sfumature proprio in relazione di concetto di bene/male (benché il villain dei Coen sia uno psicopatico che ragiona ben poco e che quindi escludo dal paragone a priori).
      Da parte mia, quello del confronto tra Bene e Male è un elemento che non ho potuto fare a meno di prendere in considerazione, perché mi è sembrato che l’opposizione di questi termini laceri profondamente la protagonista: “Cosadevofare cosadevofare cosadevofare? La cosa giusta o salvarmi la pelle? (E chi dice che non sia questa la cosa giusta?)”. Anche il personaggio di Del Toro è scisso in due, come lo sono le forze di polizia, in un cortocircuito machiavellico: ottenere ad ogni costo e con ogni mezzo il fine ultimo. L’ambiguità è uno dei cardini del film, anche per questo l’uso così “elementare” della figura femminile, specchio di una presunta purezza legata alla sua pur controllata fragilità emotiva, mi ha deluso.
      Sulla tensione, concordiamo in pieno: la scena dell’attraversamento della frontiera mi ha fatto serrare i pugni dall’inizio alla fine.

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