Recensione su Shutter Island

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Leonardo DiCaprio è un agente dell’F.B.I. / 13 Marzo 2011 in Shutter Island

Siamo negli anni ’50 e Leo e il suo partner, Mark Ruffalo, indagano sulla sparizione di una paziente dal manicomio criminale di Shutter Island. La paziente è fuggita da una cella chiusa con sbarre alle finestre e inservienti, infermieri e addetti alla sicurezza a pattugliare i corridoi. Impossibile per chiunque. La paziente è come “volatilizzata”. Il mistero incalza e Leonardo DiCaprio inizia gli interrogatori. La sua è una matita impazzita che prende nota di ogni dettaglio su un taccuino malmesso. Nei padiglioni del manicomio sono trincerati pericolosi assassini dagli sguardi persi nel vuoto e, ai piani alti, lo scienziato pazzo (Ben Kingsley) e il suo collega (Max von Sydow) non sembrano voler collaborare più di tanto, persi tra agghiaccianti drink davanti al caminetto e teorie filonaziste su farmacologia e lobotomia. Nel frattempo, l’isola sembra essere morfologicamente perfetta per dare il via alla classica discesa negli inferi: c’è un faro avvolto dalla foschia ai piedi di una scogliera dalla fisionomia spaventosa su cui si infrangono acque impazzite. Un uragano costringe i due malcapitati agenti a restare sull’isola più del dovuto. Lontano dalla terraferma. Soprattutto, lontani dalla realtà. Pensate a quanto sarebbe andato sprecato tanto materiale in mano a qualche improvvisato regista de paura. Martin Scorsese, in trent’anni di carriera, non ha mai familiarizzato con i colpi di scena. Perciò, più che sedurre lo spettatore con il facile prontuario di effetti speciali (suggeriti, invece, dal trailer e soprattutto dalla locandina, colpevole di aver portato al cinema un’ordata di ragazzini a caccia dell’horror da drive-in) gioca tra le linee del film psicoanalitico e il thriller gotico con mestiere. Rielabora i cliché attingendo, divertito, persino dalle ghost-story orientali. E mette in scena un impianto onirico assolutamente straordinario (su tutte la sequenza dell’ufficiale nazista ripreso dall’alto mentre centinaia di fogli di carta volteggiano ovunque) lasciando che tutte le certezze, i presentimenti e i dubbi di Leonardo DiCaprio vengano spazzati via sulle note della Passacaglia di Krzysztof Penderecki, in un doppio finale che rinuncia volutamente a sbalordire lo spettatore, svelando l’arcano con una semplicità quasi irritante. Shutter Island è un film che interrompe la corrente dei thriller furbacchioni, quelli dei mille dettagli, della pletora di indizi irrilevanti, della messa in scena volutamente incomprensibile, del disordine somministrato a poco a poco: un meccanismo collaudato che funge da preliminare necessario all’immancabile colpo di scena finale di cui si nutre lo spettatore da ormai quindici anni a questa parte (più o meno da “I soliti sospetti” in avanti). Scorsese, invece, non concede nulla e il pubblico va in crisi di astinenza. E così, mentre Leonardo DiCaprio precipita nel suo delirium tremens la platea, impreparata, inizia ad accusare i sintomi della brusca privazione dal film ad effetto, stramazzando nel cartone dei pop-corn.

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