Recensione su Shut In

/ 20165.138 voti

Un horror, e di basso livello. / 29 Novembre 2016 in Shut In

Shut in ci viene venduto come un thriller psicologico, ma niente potrebbe essere meno vero. Difatti il film rientra a tuttotondo nel genere horror, accatastandosi però nella moltitudine di prodotti portati avanti approssimativamente, senza un registro solido e carico di incoerenza.
Preoccupazione primaria della sceneggiatrice Christina Hodson era evitare di dare in mano il plot ad un regista che ne avesse fatto il solito susseguirsi di “colpi di paura”, tenendo piuttosto a porre l’accento sull’intrigo psicologico alla base della relazione tra i protagonisti. Per questo motivo è stato scelto l’inglese Farren Blackburn. Proprio la sua vena minimalista (che forse è sinonimo di british?) aveva convinto i produttori a dargli le redini del film. Il risultato finale però sembra agli antipodi delle premesse: una regia carica di vari effetti macchina (camera a braccio alternata a lente carrellate o panoramiche, caricate ancor più da una fotografia sui toni scuri, ansiogena, profonda e talvolta lavorata con effettistica speciale invadente) trascina a forza una sceneggiatura che si perde completamente dietro al meccanismo di suspance e salti sulla poltrona, in un susseguirsi sfiancante che ci nega qualsiasi approfondimento psicologico. Tutta la fase finale del film conseguentemente scricchiola sia per l’assenza delle premesse che non sono state gettate in precedenza, sia per una deriva delirante che il volto dello svelato “antagonista” non fa altro che rendere maggiormente ridicola. A peggiorar le cose i toni horror nel finale vengono smorzati, quasi a volerci ricordare che stiamo assistendo ad altro, almeno nelle volontà, ma il danno è fatto, e il mezzo passo indietro stilistico annebbia ancora di più un prodotto che non è né carne, né pesce, né qualsiasi altra cosa possa darci sollievo fisico o morale.

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