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Recensione su Il corridoio della paura

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17 maggio 2014

“Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere”

Il corridoio come Limbo.
L’istituto psichiatrico come prigione, non casa di cura ma centro di detenzione.

“Shock corridor” narra le vicende di un giornalista che si introduce in un manicomio. Il giornalista del Daily Globe, tal Johnny Barnett (Peter Breck), con l’intento di far luce su di un caso di omicidio e guadagnarsi il premio Pulitzer si finge pazzo. La finzione consiste nel confessare qualcosa che non ha commesso ovvero di aver tentato di violentare la sorella, in realtà sua fidanzata, venendo così internato per il comportamento incestuoso. Badate, Cathy intuisce la pericolosità ed il rischio della missione. Immergendosi nell’abisso della follia, il fidanzato rischia di autodistruggersi psicologicamente e moralmente. Infatti, entrato a contatto con una serie di personaggi, tre pazienti testimoni oculari del delitto, il nostro vedrà un serio peggioramento delle condizioni mentali e fisiche. chi sono i pazienti ? Stuart (James Best), un veterano della guerra di Corea regredito ai tempi della guerra di secessione. Ha disertato passando dalla parte del nemico, i comunisti nordcoreani, suscitando le ire dei suoi commilitoni. Il disfattista diventa fervente patriota; Trent (Hary Rhodes), afro-americano convinto di essere un bianco a capo del Ku-Klux-Klan. Il discriminato diventa discriminatore; Boden (Gene Evans), geniale scienziato nucleare regredito a bambino di sei anni per rimuovere la responsabilità nella creazione dell’atomica. L’adulto diventa bambino. E’ l’America tutta ad esser presa in esame, Fuller dà prova di grande genialità e spirito critico.

Da contorno la conoscenza di un italo-americano obeso dedito alla lirica. Ogni testimone si rivela per Johnny una preziosa fonte d’informazioni, ma più si fanno passi avanti per risolvere il caso più il nostro abbandona il suo raziocinio. Ed è questa la caratteristica principale di un film il cui obiettivo primo è giocare una partita basata sul binomio genio-follia. Dove per genio va interpretata l’idea del giornalista, dell’editore Swanee e dell’assistenza psichiatrica del Dottor Fong di penetrare all’interno della struttura. E per follia va interpretato il triste cammino, un percorso allucinante che coinvolgerà e stravolgerà il protagonista e lo spettatore. Passo dopo passo, Johnny si (auto)convince di aver violentato la fidanzata/sorella prima e perde la sua stabilità dopo.
Visioni, sogni, sovrimpressioni, effetti speciali, scene oniriche, luci ed ombre, visioni e realtà, lucidità e pazzia si fondono dando vita ad uno spettacolo sensazionale. Stilisticamente enorme e visivamente suggestivo, “Shock corridor” racchiude in sé un microcosmo in cui dottori ed infermieri attuano un vero e proprio complotto contro Johnny. Il film spettacolarizza ed annichilisce. La violenza pregna l’opera tutta. Lo spettatore rimane di stucco vedendo una caccia al “negro” attuata da Trent (Hary Rhodes), ex studente con un crollo emotivo, un afro-americano convinto di essere un bianco a capo del Ku-Klux-Klan. Gli scontri razziali di Trent ed immagini fin troppo forti degli elettroshock. Immagini e sonoro, le urla dei pazienti e di Johnny. Signore e signori, la pellicola in questione è tesa dall’inizio alla fine, claustrofobica come poche.
La fotografia ed il bianco e nero comunicano e trasmettono oltre ad un senso di pietà un senso di disagio prima di tutto mentale . Perché il colpevole viene si smascherato ed il giornalista con il suo articolo vince il premio Pulitzer, ma non ci sarà happy ending.

DonMax

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