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  • Una drammaticità figlia del tempo stesso, a cui abbiamo voluto dare la paternità.

Recensione su Time

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Una drammaticità figlia del tempo stesso, a cui abbiamo voluto dare la paternità. / 22 agosto 2014 in Time

Kim Ki-duk ha fegato, nel misurarsi con il tempo. Con un concetto così labile ed eterno. E di certo non vi è incoerenza nella sua pellicola, in quanto non vi è attimo che trasudi attimo, istante che non testimoni istante. E l’amore, l’amore come prodotto della vita stessa, funge da collante per tutte quelle abitudini legate all’esistenza. Abitudini che lasciano come cicatrici indelebili il segno di un percorso già seguito, e di una meta che ha tradito il suo intento.
I dettagli, qui, a differenza dell’altro capolavoro del regista, Ferro 3, si confondono con il resto, come a volersi amalgamare col tessuto connettivo del film, costruendo una sorta di seconda pelle, e quindi una seconda identità.
Le trasformazioni in Time non sono maschere, non sono trucchi che possono essere distrutti all’occorrenza, ma dei veri e propri mutamenti, come se oltre la pelle, la carne, le ossa, anche l’io si modificasse in virtù di un dolore, e del timore di una perdita. La stessa che la protagonista, nella sua cieca convinzione, sente di sottrarre al tempo. E quindi cambia pelle, cambia muta, per abbandonare quella crisalide di infelicità. Ma i sentimenti, a differenza della pelle, non sono malleabili ai ritmi vertiginosi del cuore, rigettando come un elemento estraneo quella nuova ma debole identità. E quindi si assiste ad una lotta interiore, ad una drammaticità figlia del tempo stesso, a cui abbiamo voluto dare la paternità.
Un film, un’esperienza di vita.

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