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Recensione su Sherlock Holmes

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17 febbraio 2011

Nella cornice di una Londra ottocentesca, il famoso investigatore e l’amico Watson sono alle prese con un astutissimo cattivo che vuole conquistare il mondo per mezzo di diavolerie a metà tra la magia nera e la tecnica della prima rivoluzione industriale. Falsa magia, complotto politico, sacrifici umani e massoneria: gli ingredienti sono quelli classici, ma è questo Sherlock Holmes che perplime. Dove sono mantellina e cappello? Dov’è la virtuosità al violino? E la predilezione per la cocaina? L’investigatore di Ritchie è quasi un supereroe appassionato di arti marziali, mentre le sue doti deduttive e la passione per gli esperimenti ci ricordano quelle di Gill Grissom in CSI. Watson, dal canto suo, è forse un po’ troppo ingessato e fascinoso. Che dire poi della figura della bella quanto infida Irene? Calata in scena con il duplice scopo di dare una parvenza di eterosessualità al misogino investigatore e di spianare la strada all’irrinunciabile sequel.

Nel complesso, però, il film è divertente e gli attori sono in gamba. Ogni apprezzamento a Robert Downey Jr. che infonde carisma e fascino al suo personaggio – anche se non è come dovrebbe essere – e che è simpatico nell’inscenare siparietti di gelosa amicizia e rivalità professionale con Watson – un Jude Law sempre piacevole alla vista.
Bella la ricostruzione di questa Londra gotica, cupa, violenta, che si muove fra le immense macchine edili, i docks e i cantieri navali.

In sostanza, Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie è un film un po’ prevedibile, uno di quelli che ti danno l’impressione che l’intreccio non si dipani in modo fluido e plausibile, ma che, allo stesso tempo, avvolge con il suo ritmo e la sua atmosfera e fa dimenticare delle incongruenze.

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