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Recensione su Shame

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Vergogna, dolore, paura e solitudine oggi / 23 febbraio 2013 in Shame

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Guardando questo film mi sono trovata più e più volte a chiedermi dove McQueen volesse arrivare. In alcuni momenti ho semplicemente pensato volesse raccontare la storia di un uomo con un passato irrisolto, spezzato, interrotto in qualche modo (non verrà mai specificato quale evento o situazione possa averlo fatto diventare ciò che è). In altri momenti mi sono trovata invece a pensare che il regista volesse fare una chiara critica alla società contemporanea, schiava del materialismo, del consumismo, del vincere facile, del tutto subito e dell’usa e getta (in alcuni istanti mi ha fatto pensare un po’ a Fight Club). Alla fine sono giunta alla conclusione che forse entrambe le interpretazioni possono andare bene.
Da una parte c’è il protagonista, Brandon, un uomo bello, affascinante, divertente, interessante, benestante, ma con una forte dipendenza dal sesso. Virtuale, reale, da solo, in coppia, in gruppo, eterosessuale, omosessuale, tradizionale o trasgressivo non importa: ne è ossessionato. Come un tossico in cerca della propria dose di droga, neanche Brandon può vivere una vita normale. Certo, se è fortunato (come quando va per locali all’inizio del film con alcuni colleghi), riesce a trovare senza troppa fatica una donna che gli permetta tutto sommato di sfogare le proprie pulsioni, ma quando va male bisogna ricorrere a Internet, giornali, locali equivoci o prostitute e allora c’è il rischio che qualcosa vada storto. La situazione comincia a cambiare nel momento in cui nella vita di Brandon torna la sorella Sissy. La ragazza lo rimette di fronte al passato che cerca di dimenticare e con le sue fragilità (ma anche con la sua sola presenza) invade e complica l’infelice e solitaria vita del fratello (che in qualche modo si era come assestata nel suo dissesto). Brandon e la sorella hanno chiaramente un difficile trascorso comune che hanno seppellito ognuno sotto le proprie ossessioni (quelle sessuali lui e quelle affettive lei).
Ma veniamo a quella che, secondo me, è l’altra faccia del film: la sottile quanto chiara e pungente critica di McQueen alla società contemporanea. Ad un certo punto del film il protagonista spiega all’unica donna che gli chieda qualcosa di lui come sia inutile al giorno d’oggi il concetto di matrimonio o di relazione stabile (lo fa per giustificare la sua vita da libertino, ma in fondo quello che dice è vero). Poi abbiamo, in rapida successione, il capo fedifrago, pornografia ovunque, persone che non nutrono vergogna nell’esibire i propri corpi. E allora sì, lavoriamo, ma poi sniffiamo anche cocaina e andiamo a letto con una prostituta.
Insomma, Shame mi è piaciuto. Buona la musica, ottima la fotografia, buoni anche gli attori.
L’interpretazione di Carey Mulligan non l’ho notata più di tanto. A parte il primo piano durante New York, New York, il suo volto non è apparso abbastanza da farmi riuscire a scorgere quell’immensa prova di bravura di cui molti parlano (nonostante come attrice mi piaccia).
Discorso a parte invece per Fassbender che qui a nudo, più che il suo corpo, mette la sua bravura. Un’interpretazione intensa, efficace. Una prova d’attore totale. E’ il suo sguardo a dire tutto ciò che c’è da dire e non viene detto. E’ il suo sguardo la linea guida di tutto il film. La sua interpretazione mi ha ricordato quelle (sempre contemporanee) di alcuni suoi colleghi a cui sicuramente non ha (se mai ne ha avuto) nulla da invidiare. Mi riferisco, ad esempio, alle varie prove d’attore di Jared Leto spesso estreme e tutte volte a donarsi completamente al personaggio interpretato o a quella di Joacquin Phoenix nel biopic su Johnny Cash (un’altra delle poche immedesimazioni totali che io ricordi) e poi all’interpretazione di Nicolas Cage in Via Da Las Vegas. In una delle scene finali, infatti, il viso di Fassbender, teso e immerso nell’atto sessuale, ma allo stesso tempo contorto in un’espressione di disgusto per se stesso e per le sue azioni, insomma il suo viso disperato ma perseverante mi ha ricordato quello del Cage alcolista di Via Da Las Vegas (d’altronde premiato per quel personaggio con un meritatissimo Oscar) aggrappato disperatamente alla bottiglia agli inizi del film quasi come a voler morire della sua dipendenza (e guarda caso lì sarà così).
Film buono, quindi. L’unica cosa è che lascia un po’ l’amaro in bocca per due motivi: non viene spiegato cosa sia successo a quest’uomo (io mi sono fatta l’idea che magari nell’infanzia/adolescenza venisse costretto a rapporti incestuosi con la sorella); e poi nè il protagonista nè tantomeno qualcun altro parla mai a chiare lettere, non solo del passato, ma nemmeno dei problemi presenti o di quello che si intende fare magari per risolvere almeno un po’ una situazione che pare sempre sul punto di esplodere, come infatti ad un certo punto farà. Nell’intera durata del film non c’è una volta in cui Brandon parli o ammetta con qualcuno le proprie ossessioni (questo é un altro parallelismo con Via Da Las Vegas, dove il protagonista non spiega mai il perché sia diventato alcolista e non affronta quasi mai un discorso sulla propria situazione). A parer mio si tratta del classico esempio di “elefante nella stanza” come dice quella tipica espressione della lingua inglese per indicare un problema lampante ma di cui nessuno vuole discutere e che, figuriamoci, nessuno vuole tantomeno provare a risolvere.
Non c’è dunque in Shame una scena madre in cui le carte vengono scoperte, quindi paradossalmente non sapremmo nemmeno cosa ne pensa Brandon di se stesso se non fosse per quello sguardo e per alcune sequenze. Mi riferisco al tentativo di autosalvarsi buttando letteralmente nell’immondizia la vita che lo sta consumando e poi all’appuntamento con la collega d’ufficio (forse per la prima volta a confronto con una donna, e non solo con un corpo, Brandon si sente in difficoltà). Entrambe le scene sono quasi tenere, commoventi, forse perché già si intuisce che non porteranno davvero ad un miglioramento della situazione, ma, anzi, se possibile faranno precipitare le cose ancora di più nel baratro.
In conclusione, non essendoci una scena madre, non c’è nemmeno una redenzione o perlomeno una dichiarata redenzione. Alla fine Brandon si trova di fronte ad una delle tante tentazioni. Il suo sguardo (di nuovo lo sguardo) è diverso però. Chissà se anche lui sarà diverso.

2 commenti

  1. Stefania / 23 febbraio 2013

    Bella analisi 🙂

    Però, giusto per fare due chiacchiere, secondo me, di “scene madri” ce ne sono diverse e tutte corrispondono ad un particolare “scarto” nella vita del protagonista. Penso, per esempio, alla chiacchierata tra Brandon e Sissy sul divano, chiarificatore (più o meno, perché sottende, più che esplicare) per tutti, personaggi e platea, oppure alla lunghissima sequenza in cui il protagonista si procura volontariamente estremo dolore, non solo fisico (l’abbordaggio della tipa nel bar con conseguente pestaggio e, poi, il rapporto omosessuale).
    In realtà, per come McQueen ha concepito il film, arrivo addirittura a pensare che esso sia composto da una lunga sequenza di “scene madri”, perché ogni singolo quadro narrativo compone la storia senza la minima sbavatura, imponendo allo spettatore di pensare che ciò che accade sia ineluttabile, che le cose -insomma- debbano essere così, senza scampo.

  2. Simona / 24 febbraio 2013

    @Stefania: Innanzitutto mi scuso se hai trovato errori perché questa mattina, rileggendo ciò che avevo scritto ieri notte, ho messo a posto varie cose, ordinato un po’ il tutto e anche aggiunto altre parole alle già tante parole che avevo scritto. Non pensavo che qualcuno in così poco tempo avesse già letto il mio papiro XD.
    Comunque, tornando al discorso delle scene madri, io credo invece che il film sia stato concepito e basato molto sul ‘non detto’, ecco perchè ho trovato Fassbender così bravo. Riuscire ad interpretare un personaggio che comunica il suo disagio ‘solo’ attraverso sguardi, gesti e azioni (come quella che hai citato tu del pestaggio) non è semplicissimo.
    Forse non ho spiegato bene io ciò che intendo per scena madre (o forse il mio concetto di scena madre è sbagliato XD). Quello che volevo dire è che all’interno del film non c’è mai un momento in cui il protagonista comunichi in qualche modo (urlando o parlando semplicemente) il suo malessere a qualcuno, tanto da lasciar entrare un po’ anche lo spettatore. Se non vogliamo contare il momento finale in cui, provato dagli avvenimenti della notte e dal tentativo di suicidio della sorella, piange e si accascia in strada, momento in cui comunque è da solo, il personaggio di Fassbender è come inaccessibile. Non so se mi spiego.
    Tu parli di quadri narrativi senza sbavature, io invece credo che sì, i quadri narrativi siano perfetti, ma sono tutti sbavature o sfumature o scarti di qualcosa che a noi non è dato vedere o capire. Come se stesse troppo in profondità o magari troppo in alto rispetto a noi per arrivarci. E’ esattamente, come si dice spesso, solo la punta dell’iceberg che vediamo. Le conseguenze. Come momenti di vite che non sono più vissute davvero, ma forse, chi lo sa, prima sì, lo erano.
    Io credo che se ci fosse stato un momento in cui veniva spiegato perché lui è diventato ciò che è oppure un momento in cui, non so, Brendon, almeno con la sorella, arrivava a sfogarsi o a parlare di sè, come poteva fare lei con lui d’altronde, non necessariamente questo doveva poi essere collegato ad una via di scampo: le cose potevano rimanere tali anche con una scena chiarificatrice, quindi il senso d’ineluttabilità sarebbe rimasto comunque.
    Come ho scritto anche nel mio tentativo di ‘recensione’ ho trovato il film di McQueen complementare a Via Da Las Vegas di Figgis. Anche lì due personaggi persi, di cui non viene approfondito il trascorso (non per pigrizia, ma perchè è giusto che sia così in queste pellicole); due personaggi che si uniscono forse per salvarsi, ma, se quello era l’intento, non ci riescono. Semplicemente perchè anche lì a regnare è il ‘non detto’. Personaggi quindi non approfonditi nei loro trascorsi, ma, paradossalmente, terribilmente profondi.
    Quello che Shame mi ha comunicato è un senso di disagio strisciante, di un insieme di sentimenti e di emozioni forse così vergognosi (come dice il titolo) da non poter essere comunicati. Tu stessa hai parlato del sottinteso e io penso appunto che il film sia questo: una serie di scene implicite, di sottinteso, di non detto, di piccole tracce, di qualcosa che rimane in superficie senza affiorare, di pezzi che non si uniscono mai del tutto, ma vanno comunque a costruire la complessa figura di quest’uomo rendendola incompleta perché lui stesso è incompleto.
    La chiacchierata che fa con la sorella l’ho considerata una riprova di questo. I due parlano, ma non parlano davvero, è come se volessero dire di più ma non lo dicono. Parlano del presente (lui le rinfaccia la storiella che ha avuto con il suo capo; lei gli dice che dovrebbe essere diverso, che dovrebbe aiutarla; lui le dice che dovrebbe rendersi indipendente) quando invece dovrebbero parlare del passato o, meglio, dovrebbero parlare di ciò che conta. Ma no. Noi veniamo a sapere ‘solo’ che lui è così distubato dal sesso da rifiutare proprio a livello fisico una donna che non sia una da una notte e via; veniamo a sapere che lei si tagliava le vene e tuttora tenta il suicidio. Ma c’è un momento in cui entrambi o uno dei due dice o fa qualcosa tanto da permetterci di capire? No. E questo lascia un po’ come ho detto l’amaro in bocca, però allo stesso tempo è la forza del film. Non a caso gli ho dato 8.
    Ho trovato Shame quasi di un’incompletezza minimal perché non é un film a finale aperto, è proprio un film a svolgimento aperto. Si può dire che non conclude, ma, citando Pirandello, nemmeno la vita conclude.

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