Recensione su Seven

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8 Novembre 2013

Il thriller che ha dato il via ad un’intera generazione di cloni (non solo nel cinema, ma anche, abnormemente, nel mondo dell’editoria), si basa principalmente su tre elementi caratterizzanti:
– una sceneggiatura che pare tanto originale quanto in realtá di originale ha ben poco… e lo rivelano gli stessi accostamenti letterari esplicitamente menzionati nella pellicola… Originale, se non nei contenuti, almeno nel modo, su questo non ci piove;
– una fotografia cupissima: oscuritá, pioggia, ambienti sempre bui, di un nero artificiosamente ricreato per essere appositamente esasperato… Non il cupo gotico e giocondo di Tim Burton… un buio psicologico e angosciante, che ben metaforizza la discesa agli inferi (salvo poi esplodere in un discutibile, antitetico, finale luminosissimo);
– l’interpretazione sublime di Morgan Freeman e di Kevin Spacey (un grandissimo, quest’ultimo, che in dieci minuti soltanto di apparizione destabilizza in pieno ricreando splendidamente la lucida follia di John Doe); Brad Pitt un gradino sotto, ma se la cava comunque più che egregiamente, in un crescendo che tocca il suo apice nel drammatico finale.
Il tutto sotto la sapiente regia di un Fincher che mai come in questo film sembra dare quell’impressione che da sempre tortura le menti dei neofiti di musica classica: come il direttore d’orchestra in una sinfonia che pare procedere per naturale inerzia, il regista sembra non far nulla e invece fa tutto, rendendo armonico l’insieme (un’abilità che a mio avviso Fincher affinerà con Zodiac).
Con Seven i sette peccati capitali entrano nell’immaginario collettivo.
Freeman e Pitt come redivivi Virgilio e Dante, ma anche come padre e figlio mancati, generazioni che si incrociano e lasciano presagire una inesorabile perdita di saggezza.
Una saggezza che, a differenza del passato, nell’impulsiva società veloce e violenta di oggi, probabilmente, non si acquisirà più con la sola esperienza.
Una saggezza destinata ineluttabilmente a evaporare.

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