Recensione su Harakiri

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Simpatia per Mr. Vendetta / 13 Febbraio 2015 in Harakiri

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

All’inizio del film, prima che partano i titoli di testa, una voce fuori campo, dal tono grave e incisivo, introduce la storia che sta per essere narrata con le seguenti parole: “Data: tredicesimo giorno di maggio, 1630. Tempo: sereno. Il caldo aumenta di ora in ora. Ore dieci: il venerabile erede designato Bennosuke si avvia portando delle trote di fiume fresche, da presentare a Sua Signoria Doi presso il suo palazzo a Kandabashi. Nessun accadimento degno di nota. Tuttavia, intorno al mezzogiorno, un ex samurai, già al servizio del Signore di Geishu, si presenta alla nostra porta”. L’ex samurai in questione risponde al nome di Hanshiro Tsugumo, mentre la porta davanti alla quale egli si palesa è quella della residenza ufficiale del Signore di Iyi. Come annunciato dalla voce off, siamo nel 1630, quindi nell’epoca Tokugawa: a causa del clima di pace scoppiato all’improvviso in tutto il Giappone, Hanshiro è diventato un ronin, ossia un samurai senza padrone.
Poiché si ritrova disoccupato, è costretto a vivere nell’indigenza più nera. Ciò nonostante cerca comunque di condurre una vita dignitosa arrangiandosi a svolgere i lavori più umili. Malgrado ce la metta tutta, la buona volontà di cui è dotato non riesce affatto a mitigare l’amarezza che gli deriva dalla sua misera condizione. E così, lentamente ma inesorabilmente, cresce in lui un profondo malessere esistenziale che lo affligge quotidianamente. E’ un uomo tormentato e disperato, Hanshiro. Non potendo più sopportare la sua disgraziata esistenza, un giorno decide di porre fine alla sua sofferenza. Convinto ormai che la sua vita non abbia più senso, si reca nel palazzo del Signore di Iyi per chiedere che gli venga concesso un posto dove possa fare seppuku. Morire con dignità, questo è quello che anelerebbe fare Hanshiro.
Il Consigliere della Casata, Kageyu Saito, non ha nessuna intenzione di concedergli il permesso di morire come vorrebbe, perciò prova in tutti i modi a fargli cambiare idea. Hanshiro, però, rimane fermamente convinto nel voler portare a termine il suo proposito. Di fronte alla testardaggine del ronin, Kageyu Saito sembra arrendersi; ma prima di dargli il consenso per compiere il suo atto suicida, lo convince ad ascoltare la storia di Motome Chijiiwa, un samurai ridotto in miseria che, poco tempo prima, si era presentato al suo cospetto formulando la medesima richiesta di Hanshiro. Da qui in poi iniziano una serie di flashback (sedici, per la precisione), magistralmente incastrati l’uno nell’altro, che ci fanno scoprire molte cose sul conto del samurai decaduto, fino a rivelarci cosa si nasconde realmente dietro alla sua richiesta.
La splendida sceneggiatura di Shinobu Hashimoto (che adatta con maestria un romanzo di Yasuhiko Takiguchi, “Ibun ronin-ki”) delinea gli ambienti e i personaggi con estrema accuratezza. Protagonista assoluto della storia è Hanshiro Tsugumo, un ex samurai caduto in disgrazia e ridotto in miseria a causa della perdita del lavoro, che inoltre ha dovuto affrontare una serie di lutti riguardanti le persone a lui più care: il suo migliore amico, Jinnai; il genero, Motome; la sua unica figlia, Miho; e, infine, il piccolo nipote, Kingo, nato dal matrimonio fra Motome e Miho. Una catena di disgrazie che, inevitabilmente, lo ha devastato moralmente.
A dargli il definitivo colpo di grazia è stata la scoperta del modo in cui è morto Motome; un episodio, questo, che ha scatenato in Hanshiro un feroce sentimento di rabbia nei confronti degli individui responsabili della tragica fine del ragazzo. Una rabbia cieca e violenta, quella di Hanshiro, che giorno dopo giorno lo ha consumato al punto tale che la vendetta è diventata la sua unica ragione di vita. Per questo motivo è arrivato a ordire un piano machiavellico, il cui scopo è quello di potersi avvicinare il più possibile alle persone a cui è destinata la sua spada in cerca di vendetta. Volendo riassumere in poche parole, “Harakiri” (1962) è un film imperniato su un uomo, Hanshiro, duramente provato dalla vita, disposto a fare qualunque cosa pur di soddisfare la propria sete di rivalsa, che gli ha prosciugato e bruciato l’anima.
Attraverso il personaggio di Hanshiro, Masaki Kobayashi esalta l’onore e la dignità delle persone umili, le quali vengono calpestate senza alcuno scrupolo dai potenti di turno, qui rappresentati dalla casta dei ricchi samurai appartenenti alla Casata di Iyi. Questi ultimi sono disposti a tutto – anche ad uccidere – pur di non vedere scalfita la propria immagine.
Pur essendo solo di facciata, la loro presunta rispettabilità va conservata a qualsiasi costo; se necessario costoro arrivano persino a mistificare la realtà, come avviene nel brutale e crudele finale di questa pellicola, in cui Kobayashi svela tutto il marcio, il cinismo e l’ipocrisia che si celano dietro le rigide regole del Bushido, l’antico codice d’onore dei samurai. Sul piano della tecnica registica, Kobayashi dà libero sfogo a tutto il suo genio visionario con una regia superba: quello adottato dal cineasta giapponese è uno stile originale e ricco di inventiva, molto affascinante, in cui si alternano lunghe inquadrature contemplative ad altre più dinamiche dove il ritmo si fa frenetico a colpi di sinuosi movimenti di macchina e rapinose inquadrature oblique.
Tra le varie sequenze magistrali, citiamo quella in cui il giovane Motome è costretto a darsi la morte con una spada di bambù; ma a rimanere per sempre impressa nella memoria dello spettatore è la stupefacente mezz’ora finale, durante la quale i combattimenti si succedono senza soluzione di continuità: da quello, magnifico, che si svolge nella piana di Gojin-n, con l’erba frustata dal vento, che vede contrapposti Hanshiro e il maestro di spada della scuola di Shindo-Munen, Hikokuro Omodaka, a quello, interminabile, in cui Hanshiro sfida, uno dopo l’altro, i samurai del palazzo del Signore di Iyi.
Quest’ultimo, in particolare, è di una bellezza unica: fatalmente destinato a soccombere, Hanshiro, prima di cedere, vende cara la pelle lottando eroicamente e strenuamente, dimostrando così il suo valore di uomo e di guerriero, mentre Kobayashi, con questo strabiliante pezzo di cinema, in cui la violenza la fa da padrona, dà prova di essere un grandissimo regista.
“Harakiri” (vincitore, nel 1963, del Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes) è un film meraviglioso dove tutto, dalle scenografie di Shigemasa Toda alla fotografia di Yoshio Miyajima, dal montaggio di Hisashi Sagara alle musiche di Toru Takemitsu, concorre magicamente a far sì che il risultato finale sia un capolavoro. Straordinaria la prova recitativa di Tatsuya Nakadai (Hanshiro Tsugumo), bravi Rentaro Mikuni (Kageyu Saito) e Akira Ishihama (Motome Chijiiwa).

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