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L'isola

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2 Febbraio 2014 in L'isola

Kim Ki-Duk colpisce ancora. La mente, prima del cuore. Con un film visivamente semplice, ma dai significati nascosti e metaforici. Non immediati.

Dialoghi scarni e insignificanti, impreziosiscono scenari incantevoli e già esaustivi del loro, sussurrando “cose” agli spettatore più attenti e sensibili.

Le immagini spaventano per la loro forte crudezza e angosciano per il loro carico di pesantezza emotiva, ma coinvolgono nella storia malata e struggente di cui si arma L’Isola, il quarto lungometraggio firmato Kim Ki-Duk.

La gelosia e l’incomunicabilità (ecco il perché di tanti silenzi) sono i veri motori del film, che va letto attraverso i simbolismi tipici dell’acclamato regista coreano, che non a caso iniziò la sua carriera come pittore.

L’Isola è un quadro che ritrae la condizione la umana. Tante piccole isole diverse convivono nello stesso spazio, ma la lontananza e il silenzio impedisce loro di comunicare. Di avvicinarsi. All’apparenza sembrerebbe un paradiso incontaminato per riposare corpo e mente, ma ben presto si scoprirà essere anch’esso macchiato da anime sporche e violente.

Gli occhi vuoti e freddi di Hee-Jin che fissa le acque del lago, fa pensare che quella sia la sua vita da sempre. Schifosa, disperata, solitaria. Nell’incessante attesa di qualcosa che non arriva mai. Fino a che il suo sguardo non si incrocia con la disperazione di Hyun-Shik, che abita nella chiatta gialla e che salva dal suicidio, per poi innamorarsene disperatamente. Ossessivamente.

Sarà l’urlo disperato di lei, poco prima della fine, a ricordarci la sofferenza e la solitudine delle due anime protagoniste, alla ricerca morbosa e disperata di quel qualcosa che gli permetta di andare avanti e di sopravvivere a quella vita desolata e squallida. Una felicità autentica, un sogno assoluto corrotto da una condizione nefasta e tragica, in cui entrambi sono stati costretti a piegarsi. Ma non ad arrendersi.

E solo alla fine scopriremo che quel qualcosa è l’altro, che l’isola dell’uomo è la donna e viceversa.

L’amore, nelle forme più vaghe e singolari, regna sempre nelle opere di Kim Ki-Duk, che sa sempre come farci commuovere e morire dentro.

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Disperazione, Solitudine, Amore ed incomunicabilità… / 17 Luglio 2013 in L'isola

“L’isola”, “Seom” rappresenta forse il punto più alto della filmografia di Kim Ki Duk, ancor prima dei più celebri “Ferro 3” e “Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera”, un gradino sopra anche a Bad Guy.
Si tratta di un film estremamente difficile, che può sembrare anche eccessivamente violento, malato, duro, disturbante, ma al contempo appare come un’opera estremamente poetica, grazie agli scenari splendidi, alle musiche dolci e struggenti, agli sguardi che valgono più di ogni parola (ed infatti, come nei migliori film di Kim Ki Duk, ci sono soltanto pochissimi dialoghi. Domina il silenzio, simbolo dell’inesorabile incomunicabilità tra le persone)
Per vedere oltre le scene di raccapricciante e assurda violenza (contro gli uomini e contro la natura), è necessario coglierne i simbolismi. E’ un film che va visto come un quadro, denso di simboli, dipinto meravigliosamente da un regista che ha iniziato la carriera come pittore. Innanzitutto cosa rappresenta l’Isola? Cosa rappresenta quel luogo idilliaco che ci viene presentato, quell’ambiente nebbioso dove da un mare splendido sorgono delle piccole e coloratissime casette galleggianti, costruite sopra delle piccole barche? Sin dall’inizio grazie alle immagini splendide ci troviamo di fronte ai nostri occhi uno scenario simile ad un paradiso, dove sembra dominare la pace assoluta. Un luogo lontano dal mondo, dove è possibile rifugiarsi, dove un’anima sola e disperata può trovare la propria beatitudine. Quel luogo è come la casetta sotto il fiume di Coccodrillo nel film di esordio di Kim Ki Duk, “Crocodile”. Rappresenta un mondo alternativo dove è possibile trovare la felicità, lontano dalla crudeltà del mondo reale. Se in Crocodile, però, un uomo fallito e disperato come Coccodrillo poteva trovare una via di fuga, la sua beatitudine ed il suo mondo, grazie all’allontanamento ed all’evasione, in questo film Kim Ki Duk nega anche questa possibilità.
Non esiste nessun luogo incontaminato, non esiste posto al mondo dove la crudeltà non arriva. Infatti, quelle casette colorate si rivelano ben presto come rifugio per emarginati, fuggitivi, assassini, mariti fedifraghi, ognuno con il suo carico di disperazione, cercando una impossibile fuga. Perché presto sono tutti rintracciati dai loro peccati e nemmeno in quell’ambiente solo apparentemente felice riescono a trovare la pace con se stessi.
Anche qui, quindi, ci è presentata un’umanità disperata e crudele messa in luce dalle scena di inaudita violenza contro la natura: una rana (simbolo della donna) spezzata in due e data in pasto ad uccello (simbolo dell’uomo), lo stesso uccello gettato poi in mare ad affogare rinchiuso nella propria gabbia, un pesce fatto a pezzi, un altro martirizzato con un coltellino da sushi e poi gettato nell’acqua salata ancora vivo. Simbolo di tutti gli uomini, che nonostante un anima torturata e mutilata, continuano a sopravvivere in un mondo a loro ostile.
E’ in questo scenario desolante che si sviluppa la storia d’amore tra i due personaggi principali. La bellissima protagonista Hee-jin è la traghettatrice che offre passaggi dalla terraferma verso le casette colorate, talvolta vende ad essi il proprio corpo, ma passa le giornate in piena solitudine, come spettatrice silenziosa ed invisibile, a guardare l’orizzonte, sperando in quel cambiamento che non arriverà mai. Muta (o meglio incapace di comunicare), sola, disperata. Dopo essere stata maltrattata ed umiliata da un pescatore, si immerge nelle acque come una sirena e riemerge poi come un ninfa diabolica per compiere la propria vendetta. Il protagonista maschile, Hyun-shik, invece è un assassino in fuga che cerca di nascondersi dalla polizia. Ci riesce, ma è tormentato dai rimorsi e tenta il suicidio, infilandosi degli ami da pesca in gola. Sarà Hee-jin a salvarlo ed ad offrirsi a lui, in modo quasi materno per provare a lenire il suo dolore. Il loro è un amore malato, fatto di sadomasochismo, violenza, pochissime parole ma anche passionale, dolce, sincero. Non si parlano ma si amano come in tutti i film di Kim Ki Duk, ognuno a modo suo, con i propri mezzi che la vita gli ha concesso. Lei gli da del cibo, lui ricambia costruendo e regalandole delle sculture con gli ami. Quegli ami che sono simboli di violenza e tortura, ma anche di amore. Poi sarà lei a tentare il suicidio, e sarà lui stavolta ad impedirle di sprofondare, ripescandola dalle acque. I due amanti, infatti, sono proprio come pesci, muti e deboli, che hanno abboccato all’amo e devono soffrire. Caduti nel tranello, possono solo cercare di liberarsi, ma sono destinati a fallire, impotenti di fronte alla crudeltà della vita, del mondo.
Ci sono scene di sesso, ma non sono mai volgari. La scena più erotica del film, del resto, è quella tra due pennelli gialli che manovrati dai due innamorati, sembrano quasi baciarsi e perdersi in un amplesso avvolgente, reso ancora più splendido da una musica ed una fotografia azzeccatissime (sicuramente la scena più bella ed emozionante)… Hee Jin per gelosia arriva anche ad uccidere una prostituta e la getta in mare, legata ad uno scooter, ma come ogni peccato anche questo è destinato inesorabilmente a riemergere dalle onde.
Non c’è lieto fine, non c’è speranza, l’uomo può solo cercare di resistere, sopravvivere.
La vera isola alla fine è l’ “altro” :” L’isola dell’uomo è la donna, quella della donna è l’uomo”,(svela lo stesso Kim Ki-duk). Anche stavolta quindi, l’amore come unico elemento positivo, unica salvezza che impedisce di sprofondare nella più totale disperazione.

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